Allenatori giovani e dove trovarli

Il calcio visto dalla panchina dev’essere un mondo strano ma affascinante. Chi sta seduto e chi in piedi, chi vede solo corsa e polmoni, chi senza possesso non sa stare, o senza un mediano d’impostazione la notte non riesce a dormire. C’è poi chi dalla panchina contempla una dimensione tutta sua, parallela e possibile, e riesce a modellare nuovi concetti, imposta una sua filosofia del movimento e dell’incastro tattico.

Il calcio visto dalla panchina è anche un mondo rischioso, soprattutto quando le idee non arrivano pulite e semplici a chi le dovrà eseguire in campo.

Dovremmo giocare coi 4 davanti così in fase offensiva occupiamo tutto l’arco dell’attacco.
Certo, ma se in fase difensiva i due esterni non ripiegano in copertura siamo fregati.
Se salgono i quattro della difesa, i quattro attaccanti retrocedono (semi cit.), l’importante è che i due in mezzo al campo facciano cerniera.
Quello lì non è capace.
Ma perché lo fa giocare?

Allenare

Allenare è spesso un salto in sella alla bersagliera per due motivi principali: alla voce “competenze personali” del CV dell’allenatore moderno devono risultare abilità specifiche da comunicatore preparato, psicologo, amico, amico bilingue, multilingue, ingegnere gestionale ed esperto di big data, carisma, doti da inventore, motivatore, educatore e magari un passato vincente sul campo da gioco per gli ovvi paragoni. In più è necessario sapersi contrapporre a un altro nemico ingrato, la legge del risultato, quella che instilla il dubbio che sia più probabile vincere grazie a un rimpallo fortunoso sul parastinco fosforescente della punta di peso, che grazie a una manovra ordinata e tatticamente pulita.

Dicevamo, il calcio visto dalla panchina è un mondo strano e affascinante, ma bisogna riconoscere che qualcuno ci vede (o ci ha visto) sempre molto bene. Frutto del tenero abbraccio tra l’esperienza formante sul campo e una visione calcistica originale e personalissima, esistono primi cavalieri che hanno guidato (e stanno guidando) armate sensazionali e che son riusciti a fondere l’idea stessa del proprio calcio nella loro figura di allenatore. In ordine casuale, ma neanche troppo, emergono l’unstoppable monster catalano firmato Guardiola, la velocità del calcio di Wenger, la progettualità e la stabilità decennale di Ferguson, il pragmatismo quasi strumentalizzante di Mourinho, la fantasia al potere di Klopp, la semplicità tattica di Ancelotti e la sua gestione del gruppo, la garra di Simeone e l’ossessivo-compulsivismo (con difesa a 3) di Antonio Conte.

Considerati i nomi sembra quindi che l’esperienza sia la chiave del successo a questi livelli. Ma che relazione c’è tra talento ed esperienza? Il tempo vissuto sul campo è il solo sintomo di completezza o un estro naturale può essere sufficiente a scombussolare i magneti sulla lavagna tattica? Si può essere vincenti e giovani o alzare una coppa è un award raggiungibile solo col tempo, la fatica e la pazienza? La storia è fatta per smentire e ci permette, almeno in parte, di correggere il tiro.

La storia recente

Prendiamo spunto dalla storia recente delle competizioni europee. Il più giovane allenatore a vincere una Champions League è stato Pep Guardiola (38 anni, nel 2009) così come sono tutti over-30 gli allenatori più giovani che hanno alzato una coppa UEFA/Europa League: Andrè Villas-Boas (33 anni, nel 2011 col Porto), Gianluca Vialli (33 anni nel ’98 con il Chelsea), Sven-Goran Eriksson (34 anni nel 1982 alla guida del IFK Göteborg), Victor Fernandèz (34 anni nel ’95 con il Real Zaragoza) e Joaquim Rifé (36 anni nel 1979 col Barcellona). Parliamo allora di quote, perché l’over-30 (ma under-40) sembra essere la condizione necessaria sufficiente per potersi qualificare come allenatore giovane, ma dotato della giusta concretezza per affrontare il mondo.

Anche il nostro campionato sembra amare per tradizione l’allenatore esperto, che dall’alto dei suoi anni e del suo scuro volto viene chiamato a risolvere le grane di una squadra in stallo. Gli over-30 (ma under-40) che sono stati buttati in pasto nell’arena della serie A non son sopravvissuti a lungo: Stramaccioni, flebile speranza iniziale del mondo nerazzurro ha si sbancato per primo lo Juventus Stadium, ma è finito ad allenare altrove. De Zerbi è appena stato silurato, Stellone ha tenuto salda la panchina del Frosinone nella prima stagione tra i grandi senza però troppi fuochi d’artificio ed elogi. Montella (oggi 42, ma che con i suoi 36 anni nel 2011 detiene tuttora il primato di più giovane allenatore esordiente della serie A) Di Francesco (47), Juric (41) e Simone Inzaghi (40) sono i meno anziani (giriamola così) del campionato, ma sbucano tutti fuori dalla c.n.s dell’x (età) compresa tra 30 e 40.

Insomma, tutti questi allenatori possono essere considerati giovani, ma è anche legittimo domandarsi se non si tratti di un semplice ricambio generazionale, sorretto da un rinnovato spirito del tempo. Tutto sommato, a casa nostra, nessuno ha preso in mano una prima squadra nel freddo abisso, spesso incompreso, della fascia under-30, dove conta cosa sei e non chi sei. E allora il calcio visto dalla panchina diventa un mondo ancora più strano e affascinante se pensiamo che oggi, ai piani alti della Bundesliga, c’è una squadra ancora imbattuta (assieme al FC Bayern): l’Hoffenheim di Julian Nagelsmann, che di anni ne ha 29.

Julian Nagelsmann — la perla del Kraichgau

Fino al 2000 in quinta divisione tedesca, l’Hoffenheim è rinato grazie all’investimento e al progetto del tifoso plurimilionario Dietmar Hopp, ottenendo la promozione in Bundes nel 2007–2008 e confermandosi, negli anni successivi, come presenza stabile a metà classifica del campionato tedesco. Julian Nagelsmann è stato un difensore che ha percorso pochi km sul campo, in Baviera tra le giovanili dell’Augsburg e del TSV 1860 Monaco. Una serie di infortuni al ginocchio lo costringono a fermarsi prestissimo tanto che verrebbe da definirli, per quanto impropriamente, un infortunio al cuore, perché a 20 anni la tua vita poggia su muscoli e speranza.

JN però ha le idee chiare, si laurea in scienze motorie e decide di proseguire per le vie dello sport. Inizia ad allenare l’u17 del Monaco 1860 per poi passare alle giovanili dell’Hoffenheim. Nel 2012 Markus Babbel lascia l’Hoffenheim e a Julian, che nel frattempo aveva vinto il campionato con l’u19, viene chiesto di far parte dello staff ad interim di coach Frank Kramer, diventando così il più giovane assistant coach della storia della Bundes a soli 25 anni.

In virtù dell’ottimo lavoro svolto con l’U19, JN poteva già vantare un accordo con l’Hoffenheim per assumere il controllo della prima squadra nell’estate 2016, ma il forfait di Steven (subentrato a Kramer) per problemi fisici anticipa le cose e consegna a Nagelsmann (a febbraio 2016) un Hoffenheim al 17esimo posto in classifica, troppo vicino alla disturbante bi-zona magnetica salvezza-retrocessione. Chiuderà la stagione raggiungendo la salvezza in extremis.

Guardiola è il role-model principale (e chi se no?) di Nagelsmann, ma tutto inizia grazie a Tuchel (altro ragazzotto appena 0ver-40 che a Dortmund con quel piumino lunghissimo e le dita da pianista, sta facendo faville). Tuchel nel 2007/2008 sta allenando le riserve dell’Augsburg e assegna a JN il compito di informarsi di settimana in settimana sugli avversari. Nagelsmann apprende molto dalla filosofia di Tuchel e la traduce nel suo pressing altissimo e instancabile perché come gli piace dire se la palla la recuperi più vicino alla loro porta hai più chance di segnare. Julian ammira moltissimo anche Wenger e questo arricchisce la sua idea di calcio di una particolare predilezione per il fast pace football, anche la sua vera forza, almeno in questo inizio di campionato, è sembrata l’adaptability — la capacità di adattare il modulo ai cambi di gioco.

Dall’inizio di questa annata, infatti, l’Hoffenheim è sceso in campo con un 4–3–3, 4–4–2 e 3–5–2 (forse il modulo quello che ha ottenuto risultati migliori). Julian Nagelsmann non sarà statisticamente il più giovane ad aver debuttato in Bundes (la medaglia d’oro spetta a Bernd Stöber che il 23 ottobre 1976 ha guidato a 24 anni la trasferta amara del FC Saarbrücken a Colonia), ma a 29 anni la sua passione per la smart tactic e quel segno zero nella colonna sconfitte fanno ben sperare. Quantomeno, qualora non bastasse la speranza, darebbe fiducia il 4–0 rifilato al Colonia pochi giorni fa.

James Phillips — Straight Outta Romsey

Romsey è una cittadina a nord di Southampton, nella contea dell’Hampshire. Caratteristico british point nella Test Vally, è famosa per tre cose: Broadlands Estate (che un po’ ricorda Candyland, la residenza di Mr. Candie nel Django di Tarantino), Nigel Spackman (che ha giocato per Chelsea, Liverpool, QPR e Sheffield Utd) e David Gower, ex capitano della nazionale inglese di Cricket. James Phillips è diventato di recente il quarto big moment della cittadina, ma prima di conoscere la sua storia sono necessarie due premesse. Romsey ha anche una squadra di calcio, il Romsey Town FC che milita senza troppe pretese nel secondo girone della Wessex League, leggi uno dei gironi infernali del sistema calcistico inglese. Geolocalizzando meglio la cosa sappiamo (si, lo sappiamo) che dopo l’aurea maxima della Premier League si trova la English Football League (EFL) ossia la seconda lega professionistica calcistica inglese, che è responsabile dell’organizzazione dei tre campionati di calcio di rango immediatamente inferiore (leggi Championship, League One e League Two). Scavando però ancora più a fondo affiora la lega professionistica National League System (NLS) — che comprende i 7 (!) livelli successivi alla Premier e alla EFL. La Wessex League, che oggi si chiama Sydenhams League, è costituita principalmente da squadre della contea dell’Hampshire ed è a sua volta suddivisa in Premier Division a 22 squadre e Division One a 21, si trova nella quinta divisione del NLS (quindi nona divisione complessiva). Insomma, il Romsey Town FC gioca nella One Side della Wessex League, la serie B della nona divisione inglese.

Bypass Ground — Casa del Romsey Town FC

Nel Romsey Town FC del 2014 James Phillips, a soli 22 anni, diventa il più giovane allenatore della storia dei 143 anni della FA Cup. Succede nella sfida contro Fareham Town, in un match preliminare. Di professione meccanico, James decide a un certo punto di investire sul suo interesse verso la tattica spinto soprattutto dalla passione per Football Manager, realtà virtuale in cui ama raccontare di aver portato fino in Premier League l’Eastleigh FC, la squadra del suo quartiere (storia nella storia: è la stessa squadra che i The Prodigy hanno deciso di sponsorizzare quando hanno saputo che i ragazzi degli under 13 usavano “Warrior’s Dance” per caricarsi prima di ogni partita. Averne una di queste magliette).

La vittoria dei guerrieri dell’Eastleigh FC

Phillips ha iniziato ad allenare, a 16 anni, il Lyndhurst Football Club e ha ottenuto il suo FA Level One badge grazie ad un corso effettuato tramite una collaborazione tra l’accademia del Southampton FC e il Totton College. Poco tempo dopo ha ottenuto il badge Level Two (che corrisponde alla prima parte della formazione UEFA B) e nel 2014 è diventato assistant reserve-team manager al Romsey Town FC.

Ha assunto poi il controllo della squadra dell’Hampshire, presa per mano in una difficile fase di ricostruzione e smarrimento sostituendo Carl Bennett e John McFarlane, diventando il manager esordiente più giovane di sempre nella FA Cup nell’agosto 2014. La situazione non proprio felice dal punto di vista del gioco del Romsey Town non ha però trovato soluzioni efficaci e dopo una sola vittoria in 15 partite con la squadra sul fondo della Sydenhams Division One, James Phillips è stato esonerato (piccola lacrima per lui). Dopo aver lasciato Bypass Ground James ha proseguito la sua formazione affiancando James Taylor, Kevin Braybrook, Mick Marsh e Dave Fear al Team Solent nella Premier Division della Wessex League. Dal giugno 2016 è diventato il manager della squadra Totton & Eling FC. Il sogno nell’Hampshire continua.

Punti di contatto: Karl Robinson (& Steven Gerrard?)

Not bad, coach Robinson

Nel 2010 Paul Ince (il Paul Ince di Inter e Manchester Utd) decide di accettare la proposta del Blackburn e di lasciare all’assistant manager Karl Robinson la panchina del Milton Keynes Dons (in League One) facendolo diventare il più giovane allenatore (in quel momento) della Football League. Robinson a 29 anni è stato anche (fino a poco tempo fa) il più giovane allenatore ad ottenere una licenza UEFA Pro. Robinson resta sulla panchina dei Dons fino all’inizio della stagione 2016–2017. Il primo anno sfiora la promozione perdendo in semifinale di playoff contro Peterborough, promozione in Championship raggiunta però l’anno successivo (2011–2012). Nel 2015–2016 i Dons retrocedono nuovamente in League One e Robinson, dopo aver rifiutato la chiamata del Leeds United alla corte di Cellino, viene esonerato nel mese di ottobre. La cosa ha generato voci di corridoio piuttosto clamorose, che hanno segnalato Stevie G aka Steven Gerrard come possibile sostituto. SG ha confermato di aver parlato con la dirigenza dei Dons, ma con un laconico “è una bellissima occasione, ma verrà colta da qualcun altro” ha placato gli animi di chi già sognava di vederlo su quella panchina. E l’abbiamo sognato un po’ tutti.

Chris Brass e Bobby Smith — da Bury a York City a/r

Bobby Smith è un altro che al suo tempo è stato il più giovane allenatore della storia della Football League, conducendo a 29 anni (tra il 1973 e il 1977) le armate del Bury alla promozione in terza divisione EFL da quella che allora era la quarta divisione. Non si può dire esattamente che Smith abbia spaccato con il Bury, ma proprio con la maglia del Bury chi ha rischiato di spaccarsi la faccia è Chris “sorrido sempre” Brass. Durante il match di League Two tra Bury e Darlington Brass è stato l’autore di uno degli autogol più clamorosi della storia del calcio, che ancora oggi gli permette di venire considerato uno dei leader indiscussi in materia.

I più lo ricordano per questo funny moment, ma a 27 anni pure Brass è entrato nella top 10 dei manager più giovani di sempre della lega inglese. Trasferitosi dal Burnley al York nel 2001 si è imposto subito come capitano-player-manager tutto fare. Non ha vinto nulla e a dirla tutta il 2004 è stato disastroso (zero vittorie su 20 partite giocate). Brass è rimasto affezionato alle strade di Bury, di cui ora è direttore sportivo.

Roy Hodgson e l’impresa di Svezia

Faceva sempre un freddo cane ad Halmstad, tranquilla località sulle sponde del mare del Nord di fronte allo spuntone più alto della Danimarca e 140 km sopra Malmö. Faceva un freddo cane ad Halmstad anche quando Roy Hodgson, che aveva solo 28 anni, decise di portare la sua idea di calcio in Svezia. Nel 1976 Roy arrivò dall’Inghilterra per diventare il manager della squadra locale Halmstad BK portandosi nella valigia le diagonali e il supporto difensivo, il pressing alto del centrocampo e il concetto della corsa in attacco. Tutti elementi che lasceranno una traccia fondamentale nell’evoluzione della tradizione calcistica svedese. Roy decise di insegnare il calcio a una squadra che si allenava in due modi: correndo nella foresta o giocando partite di 11 contro 11. Come on, Roy. Let us play! Vogliamo giocare, a che ci serve la tattica e il saper dove andare! Il calcio si vive di corsa! Grazie agli insegnamenti di Mr. Hodgson l’Halmstad infila però punti su punti e, nonostante l’anno precedente guardasse appesa per una stringa il baratro della retrocessione, trova la clamorosa vittoria del campionato 1976 in quella che ancora oggi è ricordata come una delle imprese più belle dell’Allsvenskan. Nessuno pensava che potesse crearsi un feeling così mostruosamente produttivo tra un quasi-giocatore del Crystal Palace, ex assistant manager del Maidstone United, e una squadra di semi-professionisti della prima divisione svedese. Un feeling che ha creato il mito di Roy in Svezia.

Big Roy on the right

Hodgson ha liberato la Svezia dal ruolo del libero portando la linea a 4, la marcatura a zona e ha alzato la linea dei difensori per aumentare la possibilità del fuorigioco. Dopo l’Halmstad, nel 1983 Roy è tornato in Svezia, alla guida dell’Örebro. Nel 1985 passa al Malmö FF, dove vince la stagione regolare nell’Allsvenskan per 5 volte, 2 titoli nazionali (che all’epoca venivano assegnati tramite play-off) e 2 Coppe di Svezia. Hodgson a 28 anni ha rivoluzionato a tal punto il calcio svedese che tanti sostengono che senza la sua influenza la Svezia non avrebbe conquistato uno storico terzo posto al mondiale del 1994 — miglior piazzamento nella storia degli scandinavi dopo il secondo posto casalingo del 1958. In Svezia adorano Roy, in Svezia Roy è un Dio. Chiedetelo pure ai tifosi del Malmö FF, che a lui hanno dedicato il Roy’s Hörna — l’angolo di Roy — sugli spalti del nuovo Swedbank Stadion.

Roy’s Exclusive Club

Nel club esclusivo e senza tempo degli amici storici di Roy mi piace immaginare seduto nell’angolo su una poltrona di pelle Lippo Hertzka che, sorseggiando un calice di Bikavèr, racconta di quando ha guidato imbattuto il Real Madrid al suo primo titolo spagnolo nella stagione 1931–32 e ha sollevato, con il garbo del tempo, il trofeo poco dopo aver compiuto 28 anni.

Vicino al camino c’è anche Dane John Rødgaard, che a 22 anni nel 1977 si è portato a casa il campionato nazionale allenando il TB Tvøroyri, il più vecchio club delle islands. Rødgaard è stato pure campione di scacchi delle Far Oer Islands e ama dare lezioni a Nigel Adkins, che dalla sua può vantarsi di aver conquistato due volte consecutive il campionato gallese alla guida del Bangor City FC, nelle stagioni 1993–94 e 1994–95 a 28 e 29 anni.

Ejdin Djonlic, il prescelto

C’è anche un nuovo avventore, uno che ancora non si è fatto molti amici perché è troppo moderno e usa strumenti che non tutti conoscono. Da solo, in disparte è sempre attento a ciò che succede e cerca di imparare il più possibile dagli altri clienti allenatori. Si tratta di Ejdin Djonlic, il prescelto. Il ragazzo che ottenendo la licenza da allenatore UEFA A a soli 21 anni ha disintegrato il record che precedentemente apparteneva a Karl Robinson. Sul suo profilo Linkedin Ejidin si definisce vivace, talentuoso ed estremamente qualificato, ha già collaborato con la (sua) nazionale della Bosnia-Erzegovina, col Bournemouth e con il Wolverhampton. Siamo tutti in attesa di vedere cosa può combinare il prototipo dell’allenatore 3.0, soprattutto con un ciuffo del genere.

La gioventù sta alla fortuna come l’esperienza sta al successo, potremmo dire. L’esser spregiudicati e pieni di entusiasmo è spada, l’esser competenti ed esperti può esser scudo, e talvolta quando spada e scudo operano assieme in armonia si creano storie epiche da raccontare. Tutto sta al non saper bruciare le tappe, ché fino a trent’anni se ne hanno sempre venti. Dopo i trent’anni, se ne hanno quaranta.