Chi segna vince

È una mattina di novembre nell’area metropolitana di Seattle, e il telefono di casa Salapu squilla insistentemente. Dall’altra parte della cornetta c’è Thomas Rongen, allenatore di calcio. Nominato da poco coach della nazionale delle Samoa Americane, si è fatto dare il numero di Nicky, ex portiere, per convincerlo a salire su un aereo, rimettersi i guantoni e tornare a difendere i pali della selezione oceanica. Tra una settimana cominciano le qualificazioni ai Mondiali brasiliani.

Nicky vorrebbe declinare l’invito, perché negli Stati Uniti ha un lavoro e ha una famiglia da mantenere. Ma il tecnico olandese, fine conoscitore delle più profonde pulsioni umane, sa qual è il tasto giusto da premere: “Nicky, davvero non hai voglia di cancellare l’onta dei 31 gol?”

Salapu, infatti, era il portiere delle Samoa Americane l’11 aprile del 2001, quando, in una gara preliminare di qualificazione ai mondiali, l’Australia non ebbe nessuna pietà dei calciatori del piccolo arcipelago. Nemmeno le invocazioni pre-partita di Tunoa Lui, l’allenatore dell’epoca, erano servite a qualcosa. “Chiediamo al Signore di aiutarci a mantenere il punteggio basso”, aveva pregato. Il Signore forse guardava altrove: finì 31–0, e Salapu fu il migliore in campo.

Da allora, e sono passati dieci lunghi anni, il ricordo della notte più infausta della sua esistenza tormenta continuamente Nicky, facendolo svegliare la notte, provocandogli crisi di pianto, consigliandogli di farla finita con il pallone. Troppa vergogna, troppo imbarazzo. Adesso che il destino, in forma di potente voce dall’accento europeo, gli sta offrendo di riparare a quella drammatica estorsione di dignità, Nicky non può certo tirarsi indietro. Bisogna finalmente rendere orgoglioso il proprio popolo e la propria famiglia. Bisogna tornare a Pago Pago.

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Nicky Salapu e uno dei suoi figli, nella clip tratta dal documentario “Next Goal Wins”.

Dalle nostre parti, Pago Pago è sinonimo di esotismo estremo, con decine di ristoranti e lounge bar che riproducono nome e — almeno nelle intenzioni — atmosfera del piccolo villaggio tropicale. Le Samoa, nel loro complesso, sono in effetti remotissime, una manciata di isole e atolli corallini al centro del Pacifico Meridionale. Ultimo posto abitato al mondo prima della linea del cambio di data (significa che i samoani sono gli ultimi a festeggiare il capodanno), l’arcipelago è lontano da tutto e da tutti.

Sin dai primi, settecenteschi contatti tra gli esploratori Occidentali e i popoli indigeni (che erano — pare — molto poco ospitali: il sito di una delle prime battaglie contro i colonizzatori è stato ribattezzato Massacre Bay), i porti sulle coste samoane sono state contese stazioni di rifornimento per le navi in transito nell’oceano. A inizio Novecento, il tira e molla tra Stati Uniti, Germania e Regno Unito si è concluso con la divisione dell’arcipelago in due giurisdizioni, una controllata dai tedeschi, l’altra dagli americani.

Pur continuando a condividere stessa lingua e culture sovrapponibili, un secolo di storia non ha lasciato intatti i destini delle due entità territoriali, soprattutto a livello sportivo. Le isole occidentali, note semplicemente come Samoa, sono oggi uno stato autonomo, in cui l’influenza neozelandese ha prodotto un’enorme diffusione del rugby (la nazionale italiana, per dire, è riuscita a superare i samoani solo 2 volte su 9 incontri disputati, l’ultimo nell’autunno scorso, ad Ascoli).

Le cinque isolette più orientali, meno popolate (circa 65mila anime), sono invece ancora oggi un territorio non incorporato degli Stati Uniti d’America, che è un giro di parole per dire “colonia”. Ovviamente nelle Samoa Americane domina il football, inteso come versione a stelle e strisce del rugby: è stato recentemente stimato che è un maschio di origini samoane abbia una probabilità dalle 40 alle 56 volte più alta di giocare nella NFL rispetto a un maschio non-samoano.

Diversi gradini sotto il football (e pure qualcuno sotto il wrestling), c’è il calcio.

Il Veterans Memorial Stadium di Pago Pago è il più piccolo dell’Oceania anche se, con i suoi 10mila posti a sedere, può ospitare un numero di spettatori pari a tre volte la popolazione della capitale. La Football Federation American Samoa, fondata nel 1984, è affiliata alla FIFA dal 1998. Nei suoi primi 27 anni di storia, la nazionale ha perso tutte le partite ufficiali che ha disputato, rimanendo stabilmente nell’ultima posizione del ranking mondiale e facendo parlare di sé solo per via del famoso 31–0, la sconfitta più larga nella storia del calcio internazionale.

Poi, nell’ottobre del 2011, da Amsterdam, è arrivato Thomas Rongen.

“Voi mostratemi come si combatte, io vi mostrerò come si vince.” Thomas Rongen si presenta così di fronte ai suoi nuovi giocatori, impegnati in una delle danze tradizionali samoane.

Cinquantacinque anni e solida esperienza nel calcio professionistico statunitense, Rongen è l’unico a mandare il curriculum alla US Soccer Federation quando quest’ultima, sollecitata dai dirigenti samoani desiderosi di aiuto, bandisce un concorso da head coach delle Samoa Americane, in vista delle imminenti qualificazioni a Brasile 2014.

Al ruvido tecnico olandese, in un solo mese, tocca insegnare ai calciatori locali (che nella vita fanno tutt’altro, e che si allenano solo per amore del gioco) l’abc della disciplina, dentro e fuori dal campo. Si fuma solo all’aperto; le stanze vanno tenute pulite; i tackle devono essere convinti; la vita è una questione di opportunità; essere parte del più grande evento sportivo del mondo è l’opportunità migliore che si possa desiderare.

Uno dei cardini della squadra che in breve tempo prende vita tra le sapienti mani di Rongen, è il difensore Saelua. Nelle liste ufficiali si chiama Johnny, ma per tutti è semplicemente Jaiyah. Primo transgender di sempre a scendere in campo in un match FIFA, studia arti performative alla University of Hawaii e si definisce “un calciatore e basta, uno che, quando dalle tribune gli urlano insulti, risponde entrando più duro”.

Jaiyah è una Fa’afafine, fa parte cioè del terzo sesso. Nella cultura polinesiana non è infrequente che individui biologicamente maschi vengano cresciuti come femmine. Può avvenire perché in famiglia sono nati già troppi bambini e poche bambine, o anche solo perché il piccolo mostra spiccate attitudini femminili. In nazionale, Jaiyah è considerata dai compagni come una specie di sorella: è lei che tira su il morale al resto della squadra quando le cose non vanno bene; è lei che incarna i valori fondanti della cultura isolana, dalla famiglia all’amicizia, dall’accoglienza alla spiritualità.

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Jaiyah Saelua ha rinviato la sua transizione definitiva per poter prendere parte alle qualificazioni ai Mondiali 2018. Nel frattempo è diventata un simbolo, e gira il mondo rilasciando interviste e raccontando la sua vicenda personale.

Tuttavia, nonostante i buoni propositi, le ridotte risorse calcistiche presenti sull’isola di Tutuila non sono sufficienti per affrontare in modo dignitoso il gironcino di qualificazione, e mister Rongen se ne rende conto subito. Sfruttando alcuni contatti negli States, l’allenatore riesce a convincere dapprima Rawlston Masaniai (un’esperienza nella terza serie tedesca) e poi il bomber Ramin Ott (soprannominato “The Machine”) a lasciare momentaneamente la loro casa negli USA e a giocare, per l’occasione, nella nazionale per cui avrebbero tifato i loro nonni.

Per Ott, in particolare, si tratta di una scelta delicata. La sua storia è simile a quella di tanti giovani samoani che, senza futuro nella propria terra d’origine (il disastroso tsunami del 2009 ha colpito duramente le già ridottissime attività produttive dell’isola, tra cui la più importante resta, ancora oggi, l’industria del tonno), trovano nella US Army una via di fuga facilmente percorribile. Ramin Ott, marine, per tornare a Pago Pago, e giocare tre partite di calcio, è costretto a chiedere un congedo annuale.

Per ultimo, Thomas Rongen — e siamo tornati all’inizio del racconto — telefona a Salapu, il portiere. “Nicky, la potenza di questa isola mi ha fatto diventare una persona migliore. Qualche anno fa ho perso la cosa più preziosa che avevo, mia figlia, ma qui è come se ne avessi trovati 23 nuovi, di figli. Completiamo quest’opera insieme.”

Dopo il ritorno del capitano-simbolo, a Pago Pago sembra davvero tutto possibile. E in effetti il 23 novembre, nella prima gara di qualificazione, accade l’impronosticabile: Samoa Americane — Tonga finisce 2–1. È la prima vittoria in assoluto per i samoani, che a fine partita si inginocchiano in mezzo al campo, si abbracciano e pregano tra fiumi di lacrime.

Sono i gol di Ramin “The machine” Ott e di Shalom Luani, che si fa male in occasione del pallonetto vincente (“Mi sono immolato per una causa più grande”, dirà), a fare la storia delle Samoa Americane.

La successiva sconfitta contro i cugini delle Samoa impedisce alla squadra di Rongen di proseguire il cammino verso il Mondiale, ma la storia ormai è stata ri-scritta. Il New York Times dedica un lungo articolo agli eroi di Pago Pago, mentre Nicky Salapu, fino a quel momento noto esclusivamente per essere il portiere più battuto della storia del calcio, rilascia un’intervista memorabile: “Sono finalmente un uomo libero e una persona felice. Mi sento così bene! Adesso ho un solo cruccio: voglio giocare di nuovo contro l’Australia, sono sicuro che succederà. Prima di morire, avrò la mia rivincita. Se non ci riuscirò io, ce la farà mio figlio.”

“Molte persone dicono che il calcio non c’entri niente con Dio, ma io dico che se uno crede in Dio e crede nel calcio, allora possono accadere delle cose straordinarie.”
(Nicky Salapu, portiere e capitano)

Tra pochi giorni il calcio samoano verificherà la sua crescita nel primo girone di qualificazione a Russia 2018, che partirà il 31 agosto. Ci sono segnali positivi intorno al movimento: il calcio è lo sport maggiormente in crescita tra i giovani dell’arcipelago di entrambi i sessi. Mariah Nogueira, per esempio, difensore di origine samoane, è addirittura entrata nel giro della nazionale femminile a stelle e strisce che un mese fa si è laureata campione del mondo.

Rispetto a quattro anni fa, però, in panchina non ci sarà più il carisma di Thomas Rongen: lo scorso dicembre, l’allenatore olandese ha accettato l’offerta dei Tampa Bay Rowdies (l’attuale squadra di Freddy Adu) e si è trasferito in Florida.

Nemmeno Shalom Luani, autore del secondo, storico gol nella prima vittoria delle Samoa Americane, farà parte della spedizione. Negli ultimi tre anni l’ormai ex-centravanti si è dedicato all’altra sua passione, il football americano, con risultati mica male. Gioca nella squadra dell’università a Washington State, dove in questa stagione ci sono, oltre a lui, altri sei giocatori nativi dell’arcipelago: “Per il momento ho chiuso con il calcio, anche se quello che faccio in questa squadra non è altro che applicare al football quello che so del calcio.”

Per un giocatore che è partito, diversi altri sono stati reclutati. Lo scorso maggio, la federazione ha organizzato una serie di provini a Seattle, con lo scopo di selezionare alcuni calciatori americani in grado di rafforzare la rosa. Unico requisito richiesto: avere un parente (di secondo grado, al massimo) nato nelle isole.

Così Jordan Grantz, neodiplomato in un liceo di Rocky Mount, North Carolina, in primavera ha scoperto che, grazie alla sua bisnonna Tina, nata e cresciuta nel villaggio di Nu’uuli, avrebbe presto potuto elevarsi da “studente che gioca a calcio nel tempo libero” a “calciatore di una nazionale che disputa le qualificazioni mondiali”. Jordan, in questi giorni, è in ritiro a Pago Pago: “I legami nel gruppo sono molto forti. Anche se io non ho mai vissuto sull’isola, posso percepire l’energia selvaggia che i miei compagni, i nativi, riescono a trasmettere ogni giorno attraverso tutto quello che fanno, dai canti alle preghiere, dalle cene agli scherzi.”

Sperando quindi anche nei gol di Grantz, la nazionale delle Samoa Americane (che nel frattempo ha abbandonato l’ultima posizione del ranking FIFA: 200° posto su 209) tenterà di dire la sua nel gironcino con Isole Cook, Samoa e Tonga.

Per l’occasione, sono ritornati anche “The Machine” Ott e, ovviamente, Nicky Salapu che, inseguendo la chimera della rivincita definitiva, ha cancellato il suo ennesimo (e finto) abbandono al calcio giocato per essere di nuovo tra i pali della sua amata nazionale. “Questa squadra è molto più forte di quella di quattro anni fa”, ha dichiarato in settimana. “Il nostro obiettivo è vincere le prime tre partite, per poi giocarci tutto nella seconda fase. Chissà, dopo potrebbe toccarci la Nuova Zelanda, o forse proprio l’Australia…”

Se invece qualcosa, in questo calcio puro e primordiale, dovesse andar storta, e la squadra non riuscisse ad essere competitiva, Nicky e soci — statene certi — conoscerebbero comunque il modo migliore per farsi forza e continuare dignitosamente, visto che l’hanno perfezionato in anni di sonore scoppole calcistiche. Il punto, a sentir loro, è che non importa quanto si stia perdendo, se di uno o di trenta gol, perché per guardare avanti è sufficiente convincersi, con un po’ di fantasia, che ogni partita finisca esattamente come succede tra bambini, quando ogni tiro può essere quello decisivo: chi segna vince.

Sii forte
hai combattuto una buona battaglia
e Dio è con te.
Aggrappati alla saggezza.
Vai avanti, perché Dio è vicino.

(Canto tradizionale samoano, intonato dai calciatori dopo l’eliminazione dal girone di qualificazione ai mondiali 2014)

Il mese di Thomas Rongen nell’arcipelago samoano, dal suo arrivo fino alle tre gare ufficiali FIFA, è stato raccontato dagli inglesi Mike Brett e Steve Jamison nel documentario del 2014 Next Goal Wins, di gran lunga il miglior film sul calcio che si possa trovare in giro.

Calendario gare di qualificazione a Russia 2018 — Prima fase:

31 agosto: Samoa Americane — Samoa
2 settembre: Samoa Americane — Tonga
4 settembre: Samoa Americane — Isole Cook