#CrampiDigitali: i documentari cambieranno il nostro modo di fruire il calcio?

Abituiamoci a fruire il calcio attraverso diversi format che innovano le creatività viste su altre piattaforme (e seguono le tendenze del mondo digitale)

Gli elementi narrativi di un documentario sono rappresentativi della realtà così com’è, senza intermediazione e filtri; forse proprio per questa natura, ci siamo abituati ad approcciarci al genere documentario come a un format giornalistico con l’obiettivo di fare inchiesta.

L’evoluzione delle modalità di fruizione del contenuto per un tifoso invece, hanno spinto il genere a trasformarsi, seguendo l’esigenza del fan di ricevere un prodotto di puro intrattenimento. Completamente diverso (o quasi) da ciò che siamo abituati a vedere nel genere.

Se più di una volta in questa rubrica abbiamo sottolineato la necessità delle società sportive di trasformarsi in aziende di entertainment, è anche vero che le società stesse non possono produrre da solecontenuti senza la partnership di chi l’intrattenimento lo fa di mestiere, all’interno di mercati da milioni di euro o dollari.

Sulla base di questo concetto, sono nate collaborazioni che hanno visto siglare accordi tra Netflix e la Juventus (e in futuro anche col Boca). Tra Amazon (per il servizio Prime) e il Manchester City. E di recente, tra il Napoli e Dugout per la produzione di una docu-serie a più puntate.

Se esuliamo per un attimo dal discorso economico, l’obiettivo è chiaro: fabbricare un prodotto per un certo tipo di fan, un prodotto innovativo ed esclusivo, svelando un dietro le quinte che difficilmente sarebbe raggiungibile. Il tutto in modo da accarezzare le corde del coinvolgimento e della curiosità dei tifosi.

La Juventus ha siglato l’accordo con Netflix in concerto con l’idea della società bianconera di internazionalizzare sempre di più i confini del brand. Per il Boca invece, ha fatto leva sull’accordo la concentrazione di abbonati Netflix in Argentina. Infine, il Manchester City era alla ricerca di un prodotto autentico che valorizzasse il lavoro svolto all’interno dell’Academy dal punto di vista mediatico. Quindi ecco un’altra società che vuole espandere ad altri mercati i propri confini.

Obiettivi diversi, ma sorretti dall’idea centrale che sta alla base del prodotto: il dietro le quinte del calcio.
Una scena dell’intervista a Bernardeschi, tratta da First Team: Juventus

Cambia quindi la concezione del format. Il documentario diventa puro intrattenimento e, anziché dai media tradizionali, viene prodotto col massimo benestare delle stesse società coinvolte.

Il documentario sulla Juventus prodotto da Netflix

Aveva già fatto discutere in positivo ma anche in negativo, il documentario First Team: Juventus, ideato con una visione e uno storytelling globale.

La soluzione scelta per i bianconeri è stata quella di riproporre un inedito dietro le quinte di calciatori e società, veicolandolo attraverso il racconto della stagione sportiva 2017–18. Tant’è che il documentario è suddiviso in due stagioni, una già uscita e la seconda pronta alla visione per la prossima estate, a campionato terminato.

Importante l’investimento di risorse economiche compiuto dal colosso dell’intrattenimento americano, in modo da raccontare il behind the scenes della Juventus: è la prima società calcistica ad aver stretto una collaborazione con la company di Reed Hastings e Marc Randolph.

Diverso invece il format narrativo scelto per “Napoli — A Football City”.

Il documentario di Dugout prodotto con il Napoli

Il documentario racconta il legame tra città di Napoli, il club e i suoi fedeli tifosi. L’obiettivo è quello di svelare i motivi di un rapporto così accesso tra squadra e città.

Nella serie prodotta per la Juventus, la narrazione di fatto si muove nel contesto temporale della stagione in corso; nel documentario del Napoli, invece, storia e personaggi si contestualizzano in un periodo più lungo, che va dai giorni di gloria del primo scudetto fino alla rinascita del club dalla Serie C al ritorno in Champions League.

Screen tratto da Napoli — A Football City

Oltre a questa grande differenza, un’altra particolarità colta in A Football City è la scelta di coinvolgere influencer e artisti napoletani dei più disparati settori, così da coinvolgere target più ampi e fasce d’età estremamente più giovani (nella serie sono presenti Clementino e i The Jackal per capirci).

Anche in questo senso, ho avuto il piacere di chiacchierare col “produttore” del documentario, Maurizio Scalari di Dugout, che avevamo intervistato tempo fa, ragionando sulle strategie di behind the scenes nel calcio.

“L’idea è nata dopo la produzione del documentario sul Marsiglia. Ci siamo chiesti in quale città italiana il rapporto con la squadra era simile e così forte e Napoli è stata la risposta”.

Ritorna con decisione l’accurata scelta dei personaggi, pienamente connessi agli obiettivi che si volevano raggiungere con il racconto.

“Abbiamo voluto parlare della città, dei suoi abitanti, di come i tifosi vivono la loro passione, di come i calciatori vengono accolti (di qui la scelta di un veneto come Maggio e del capitano Hamsik) e di come vive la squadra un napoletano (Sepe).
Volevamo poi parlare dei tempi d’oro di Maradona e degli anni della rinascita: abbiamo così coinvolto Caffarelli, Grava e Montervino. Poi la scelta degli influencer in vari ambiti: De Giovanni, Clementino, i the Jackal, la Balivo. E la voce del San Paolo, Decibel Bellini”.

Dalla chiacchierata con Dugout emergono le differenze con il documentario della Juventus (esclusa la voglia di internazionalizzare il racconto). Ma si sottolinea il tono di voce opposto a quello usato in First Team, dov’è presente anche una voce narrante che scandisce il tempo del racconto. In A Football City, invece, si è puntato tutto sulla disintermediazione.

“Volevamo raccontare tutto questo per spiegare a chi non è di Napoli cosa vuol dire viverci, tifare o giocare. Un prodotto evergreen, non legato all’attualità del campionato. Volevamo anche combattere i pregiudizi che spesso circondano la città. Tutto però con un tono leggero”.

La serialità del racconto (elemento che i documentari stanno prendendo a prestito dalle serie tv) vale anche per il racconto di Dugout per il Napoli. Infatti da giovedì 26 aprile, fino al 31 maggio, il documentario sarà disponibile una puntata alla volta.

La produzione di contenuti nel calcio aumenta il ventaglio di possibilità stilistiche grazie al Digital. È ormai evidente come i vari tipi di format mediatici visti fino ad ora su altre piattaforme, si stanno innovando a livello creativo, abbracciando le tendenze premiate dagli utenti sul web.

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