Il controverso addio al calcio di Luca Serianni

La fine del maggio 2017 fu ricordata come la fine di un’epoca, per il calcio italiano e per la sua grammatica storica. Quando la notizia dell’imminente ritiro di Luca Serianni iniziò a correre di bocca in bocca ci raggiunse già in ansia per il calciomercato a venire. La polemica si fece densa già prima dell’imbrunire, in anticipo sulla messa in onda della controversa intervista rilasciata a Donatella Scarnati.

“Professore, possiamo dire che l’unico ‘se’ che non si accenta è quello che la vede un altro anno in cattedra?”

Sapete tutti com’era Serianni, faceva la faccia seria ma dentro rideva. Un bambinone, da questo punto di vista: lo stesso sin da quando Arrigo Castellani l’aveva lanciato in Serie A. Rispose che se avesse potuto avrebbe continuato a giocare, che purtroppo il Consiglio di Facoltà aveva altri piani, citò un passo a caso del De Vulgari Eloquentia in cui si parlava di tutti gli ex stilnovisti che a fine carriera provavano a fare gli allenatori con scarsi risultati, e poi mandarono una clip dei migliori gol e assist realizzati in tridente con Devoto e Oli.

Il giorno successivo non si fecero attendere le reazioni del grande pubblico: un inferno di disappunto, con picchi di autentica rappresaglia: la piazza inferocita voleva almeno un’altra stagione, Anonymous hackerò Infostud e per una settimana, aprendo la home del sito, le matricole che provavano a prenotare un esame si trovavano davanti la scritta minacciosa “Serianni merita rispetto”.

L’indomani mattina, sui social network, un video che riportava le dichiarazioni contrariate di Maurizio Costanzo si guadagnò la viralità, sospinto da uno stralcio al vetriolo che divenne presto tweet, poi meme e fu condiviso anche dall’account ufficiale di Fabio Caressa, fresco di inaugurazione.

“a magnifico retto’, Serianni è l’ottavo re di UniRoma-1, sei te che non l’hai capito”.

Di lì a poco gli fece eco Alessandro Nesta dalla Florida: “Nessuno può decidere quando deve smettere se non lui. Deve continuare a insegnare dove preferisce, sarei felice di offrirgli una cattedra qui a Miami”.

Non si fece attendere neanche il comunicato degli Irriducibili di Roma Tre che, come al solito, gettarono benzina sul fuoco: “Noi non lo avremmo mai trattato così”.

Linea condivisa da Marco Borriello, Antonio Cassano e Corrado Augias: “La Crusca l’ha lasciato da solo, non sarebbe successo in nessun altro Paese”. Ma non erano i soli a pretendere che gli fosse concesso il giusto prolungamento di contratto.

“Un professore! C’è solo un professore!” Così gridava l’intera facoltà di Lettere dalle scalette di marmo della città universitaria alla Sapienza di Roma, così migliaia di affezionati lo salutavano quando faceva il suo ingresso dal vialetto alberato in mezzo agli edifici di Piacentini, l’architetto.

E dire che tante volte le aveva fatte di corsa le scale, ma da un po’ di tempo arrivava più tardi, con aria più compassata, come volersi godere fino all’ultimo l’affetto dei suoi studenti. Poi quell’annuncio inaspettato, l’intellettuale che aveva spinto l’Accademia della Crusca Sud a modificare il lemma “cucchiaio” nel proprio dizionario d’un colpo spezzò il gessetto e decise che quella lezione sarebbe stata l’ultima, ultimo l’ingresso, ultimo il coro: l’ottavo dei settenari smette, questa la frase che aleggiava nel brontolio dei corridoi. Eppure qualcuno, di certo tra i più maliziosi, iniziò a mandare in giro voci che più di un abbandono assoluto alla cattedra si trattasse di un cambio di facoltà, in rotta con il rettorato. Ma possibile?

Durante una delle ultime lezioni, qualche tempo prima, i malumori avevano già preso il sopravvento, lo stesso successore Matteo Motolese l’aveva richiamato verso gli studenti alla fine dell’ora ma Serianni se ne andò in fretta nel proprio studio. Passarono giorni difficili, la paura dell’ignoto appaiò quella di aver sbagliato un congiuntivo, tra gli studenti della Sapienza. Poi, la decisione. E il giorno mai atteso arrivò.

Si presentò disteso e pacato nella sala della Biblioteca Monteverdi il nuovo ds Sapienza Monchi. Un passato da dirigente della Real Academia Española de la Lengua, esperto di prestiti linguistici dal catalano, Monchi era arrivato in una settimana difficile per la Facoltà di Lettere, dopo la pubblicazione dell’ultimo sondaggio Almalaurea che aveva rivelato: “Sempre meno iscritti, dopo l’addio di Serianni si rischia il sorpasso da parte delle facoltà scientifiche”.

Eppure, Monchi si sentì di rassicurare proprio su questo punto: “Sono qui anche per questo, il futuro di Luca è il futuro della Sapienza. Gli studenti della Sapienza meritano di vedere realizzati i propri sogni. Del resto, si parla di loro come della migliore studenteria del mondo. L’aula magna di Lettere piena — e ci auguriamo risolto una volta per tutte il problema della barriera divisoria tra studenti modello e fuoricorso — regala emozioni uniche al mondo e questo non viene negato neanche negli ambienti a noi ostili… Penso a Romatre, a Torvergata”.

Il ds Monchi non nascose obiettivi importanti. Si era già messo maniacalmente al lavoro: “Sto seguendo tre corsi. Uno è di italiano. Ne capite da soli l’importanza. Uno è per imparare i nomi di tutti quelli che lavorano qui nei vari ruoli — Paolo Di Giovine, Ugo Vignuzzi, Marina Passalacqua, Beatrice Alfonzetti, Giorgio Inglese. Il terzo è un corso di ambizione”. Al termine quasi della presentazione, venne affrontato l’argomento più atteso. “Chiedo a Serianni di starmi vicino. Lui è la Sapienza. Questo è il suo ultimo anno accademico, il 14 giugno terrà la sua ultima lezione, ma vi dico anche che Luca ha già un accordo per restare qui in un nuovo ruolo”.

Pochi minuti dopo la conferenza, i biglietti per l’aula magna furono presi d’assalto. Le code ai Chioschi Gialli e Rossi furono chilometriche, diverse le sparizioni di studenti registrate nell’area di piazza Bologna, e le conseguenti riapparizioni sullo scalone di Lettere fino alla mattina del 14. Uno solo il timore: che l’ultima lezione di Serianni fosse poi tenuta da Matteo Motolese. La paura era che il professore potesse intervenire soltanto nel finale, per poi sparire e puntare al suo studio per l’ultima volta. “A me” ci disse Arianna, nata quando Serianni aveva già insegnato la discrezione dell’articolo a migliaia di studenti, “basterebbe sentirlo chiosare per pochi minuti”.

Fu allora che il Professore si palesò, raggiungendo la cattedra a balzelli, e uno degli studenti si avvicinò e gli mise al collo una sciarpa con i colori della facoltà, c’era una scritta: Luca Sérianni; il professore guardò lo studente, di certo emozionato, ma non abbastanza da non indicare quel suo nome con l’evidenza di un errore, riprendere il gessetto da terra e scrivere allora, sulla lavagna di mille locuzioni, quell’ultima, finale: “vi ho corretto ancora”.

Dal terzo piano della facoltà di Lettere e Filosofia si levò spontaneo il coro:

“ Lo sao / o non lo sao / ko kelle terre/ per kelle fini /que ki contene / trenta anni le possette / er kore de ‘sta Facoltà / oh oh oh / e quando mi laureo io / non voglio Sancti /né Benedicti /ma solo i cedolini /degli L-FIL-LET linguisti

A cura di Simone Vacatello, Michela Monferrini e Simone Nebbia. Da un’idea di Simone Vacatello, con copertina di Fabio Imperiale. Con tante scusa al nostro Professore.