Intrigo in salsa russa

In un distorto immaginario pop collettivo, lo sport russo è stato per anni personificato dalla grottesca macchietta del pugile sovietico Ivan Drago, quello del film Rocky IV. Per i pochi che non hanno visto la pellicola, Rocky va a Mosca per combattere contro il dopatissimo sovietico, che ovviamente è sconfitto in uno scontro epico.

Drago è una specie Robocop. Gli allenamenti in vista del grande match del 25 dicembre (!) si svolgono in laboratori iper-tecnologici e gli allenatori sono quasi degli ingeneri. Al contrario Balboa alloggia in una improbabile bettola nella tundra siberiana, si allena nella neve, usa come pesi carrozze e slitte, e riceve i sorrisi dei contadini russi.

Ovviamente si tratta di banalizzazioni. Certo, il film è girato in piena era reaganiana e la Guerra Fredda sembrava sul punto di riaccendersi. Quello che però colpisce è la rappresentazione dello sport sovietico come di un affare di Stato. In qualche maniera, lo sapevamo: malgrado il crollo del Muro e l’inserimento della Russia nel teatro internazionale, in realtà lo sport rimane una questione fondamentale per il potere russo.

Basta cercare su YouTube gli entusiastici commenti della zarina dell’atletica Yelena Isinbayeva alle leggi anti-gay promulgate nel 2013, o le numerose foto che la ritraggono accanto a Putin alle Olimpiadi invernali di appena due anni fa, che hanno avuto luogo a Sochi.

Siamo noi occidentali ad aver smesso di capire lo sport russo. In fondo lo sport russo è cambiato molto poco. I fatti degli ultimi 13 mesi confermano.

All’improvviso il risveglio

Deve essere stata una limpida alba zurighese di maggio 2015. Di lì a poco sarebbe cambiata la storia del calcio moderno. Una retata della polizia arresta sette funzionari della Fifa, arrivati in città per eleggere il nuovo presidente. L’accusa è di corruzione finalizzata ad ottenere l’assegnazione dei prossimi Mondiali di Calcio alla Russia e al Qatar. E l’accusatore è il Federal Bureau of Investigation, ovvero l’FBI.

Appena sei mesi più tardi, è un freddo dossier a sconvolgere il mondo sportivo. La Wada, la massima (e controversa) istituzione contro la diffusione del doping, muove la più grave delle accuse: la Federazione russa di atletica leggera ha costruito negli anni un sistema di tecnici e medici federali che permetterebbe agli atleti di doparsi al riparo da controlli.

Un’organizzazione che collega idealmente il ministro dello sport Vitaly Mutko (ricchissimo, uomo di Putin e già presidente dello Zenit, sul quale occorrerebbe scrivere un libro intero…) agli atleti e agli allenatori. Insomma, usando uno slogan, doping di Stato.

Tuttavia, sono le reazioni che hanno avuto le autorità russe a dare la cifra del problema. Nello scandalo Fifa, Putin si è esposto in primissima persona, convocando una conferenza stampa e accusando Washington di aver manovrato in chiave anti-russa, inaugurando, di fatto, il momento più basso nel rapporto tra le due potenze sportive da trent’anni a questa parte (raggiunto alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove gli allora sovietici non si presentarono).

La reazione sul caso doping, però, è quella che merita una maggior attenzione. Perché non c’è stata un’appassionata presa di posizione di Putin, magari convocando una nuova conferenza stampa come nel caso Fifa? Perché il governo dell’ex Kgb, che segue con tanto interesse le vicende dello sport, in quest’occasione si è defilato?

La risposta è drammaticamente semplice: perché hanno beccato l’orso russo con le dita nel miele.

Il sistema di gestione degli atleti non è cambiato dal 1989. Il Muro non ha demolito quella che è stata la migliore macchina di valorizzazione degli atleti del mondo. E i trucchetti usati dalla Federazione sono ancora gli stessi.

La logistica

Come in Italia, anche in Russia i maggiori gruppi sportivi sono quelli delle forze dell’ordine e dell’esercito. Tuttavia, se foste un ispettore della Wada, preferireste entrare al centro di preparazione olimpica di Formia o in una base militare del sud della Russia, che funge sia da centro per la preparazione olimpica che da centro di addestramento per gli Spetnaz (le forze speciali russe, celebri per una certa ruvidezza)?

https://www.youtube.com/watch?v=cSDh0UcKgU8

Fatto sta che nessuno ha potuto interrogare gli ultimi due presidenti della struttura, Nikita Kamayev e Vyacheslav Sinev. I due infatti sono misteriosamente morti nel giro di due settimane nel febbraio del 2016. Kamayev è morto di infarto mentre sciava, senza mai aver lamentato problemi cardiaci, da quello che sembra. Nel caso Sinev, invece, i media locali hanno riportato la notizia solo dopo due giorni, specificando successivamente le cause del decesso. Ovviamente, tutto questo prima che i due venissero interrogati dalla Iaaf (la federazione internazionale di atletica).

Altro dato importante è la struttura storicamente piramidale dello sport sovietico, dato che la questione non è affatto banale. L’inizio della storia d’amore tra sport e potere è dei primi anni ’30 nella neonata URSS. Carestie, povertà, sacche anti-rivoluzionarie erano state sconfitte, ma minavano ancora la stabilità della repubblica e fiaccavano la forza-lavoro sovietica.

Su queste premesse venne inaugurato il piano Готов к труду и обороне (GTO) “Pronto al lavoro e alla difesa”. Semplicemente il più diffuso piano di sport popolare della storia. Un sistema che permetteva a chiunque gratuitamente di fare attività fisica, uomini, donne e bambini, affrontando via via obiettivi più ambiziosi. Coloro che riuscivano a superare gli obiettivi ottenevano diversi vantaggi, per lo più economici.

Nel giro di pochi anni due milioni e mezzo di cittadini si avvicinarono alla pratica sportiva. Numeri unici nel panorama sportivo mondiale di quegli anni, dove l’attività fisica era appannaggio dei più ricchi. Grazie al GTO, di fatto venne formata la generazioni di talenti che, a partire dal secondo dopoguerra, fece incetta di medaglie olimpiche.

Questa premessa sottolinea come fino dalla nascita sport sovietico e sport occidentale siano difficilmente compatibili. Mentre lo sport occidentale ha come valore fondante l’indipendenza dal potere, per le ragioni sopra elencate, in Russia questo non è possibile. Qui si crea il corto circuito.

Colpisce il fatto che questo corto circuito riguardi anche atleti lontani dalla realtà russa: è il caso della Sharapova. nell’ultima stagione La fortissima tennista siberiana è risultata positiva ad un test anti-doping, aggiungendo un’ulteriore spada di Damocle sulla testa della squadra olimpica russa. Proprio lei che è la più yankee degli atleti russi.

https://www.youtube.com/watch?v=80lfHwmkGNA

Rio is coming

Dopo la pubblicazione del dossier della Wada, la Iaaf, per la prima volta nella storia, ha escluso l’intera squadra d’atletica della Russia dalle Olimpiadi di Rio 2016. Sicuramente non ci sarà Marija Savinova, oro a Londra 2012 negli 800, squalificata a vita; si tratta del volto più noto dell’inchiesta Iaaf.

Chi invece potrebbe partecipare alle Olimpiadi è Julija Stefanova. La grande pentita, colei che tramite la sue confessioni ha portato alla pubblicazione del dossier wada potrebbe gareggiare da indipendente, come premio per il suo “pentimento” (il ministro Mutko l’ha definita “Giuda”). Qui sta la grande contraddizione: Stefanova è risultata positiva ad un controllo anti-doping, tutti i suoi risultati dal 2011 in poi sono stati cancellati e, peggio, pare che il marito, tecnico dell’anti-doping russa abbia aiutato la mezzofondista a reperire sostanze dopanti. Al contrario la Isinbayeva non ha mai avuto alcun problema con l’antidoping, né russo né internazionale.

Aspettiamo il Comitato Olimpico Internazionale, l’arbitrato di Losanna (68 atleti russi si sono appellati contro il Cio). Soprattutto aspettiamo il nuovo dossier Wada. Oggetto di studio? Alcuni atleti rappresentanti la Russia a Sochi 2014.

William Valentini è cresciuto tra campi da rugby, piscine, piste da sci e gradinate calcistiche. Si è laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla storia delle politiche sportive in Unione Sovietica. Ha scritto di sport per alcune testate, occupandosi in particolare degli sport di nicchia a Roma. Ama il trekking e la subacquea (e li pratica appena può).

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