La nazionale e l’ingratitudine della memoria

L’uscita di scena della compagine contiana contro la Germania ha un che di evocativo, è una violenta riemersione di memorie che — forse — continuano a fare più male della sconfitta del 2 luglio. Le ragioni di questa dinamica (in realtà del tutto soggettiva) possono essere rintracciate in due precisi precedenti dell’ultimo ventennio azzurro: una specifica casistica che può essere ricondotta alla macro-categoria delle “eliminazioni ad opera dei più forti”.

La sfrontatezza dei “poveri ma belli” e la retorica dell’agonismo del “niente da perdere” sono state portatrici, come è ovvio, di un’insoddisfazione più che comprensibile, ma che sembra giustificata solo in parte. Non si dimentichi, e non si strumentalizzi come alibi, che si stavano fronteggiando i detentori di un Mondiale conquistato in maniera sacrosanta, nonché gli strafavoriti — sulla carta e per ovvie ragioni — nell’ottica di una vittoria finale nel torneo continentale ancora in corso.

Prima che l’alibi e il giustificazionismo diventino effettivi, deve succedere che la Germania arrivi in finale e che magari, in barba alle altre, vinca come da pronostico. Ma, anche a fronte di questo scenario, quanto brucerebbe l’eliminazione di sabato? Quali ragioni continuerebbero a rendere questi due precedenti — Francia ’98 e Austria-Svizzera 2008 — un metro di paragone fin troppo nobile per questa modesta Italia tutta grinta ed esternazioni di virilità? Non c’entrano solo i rigori: pare più che altro un fatto di memoria culturale.

Andiamo con ordine.

Francia 1998

Si tratta di un Mondiale dall’epilogo doloroso, riassumibile negli ormai proverbiali venti centimetri che Roberto da Caldogno non calcolò tra sé e il palo alla destra di Barthez. Si tratta di un Mondiale, prima di tutto, e non di un Europeo. Si tratta di una rosa che poteva contare sul miglior Del Piero di sempre in fatto di realizzazioni (21 in A, 32 totali), sul suo degno compagno di reparto Inzaghi, su un Baggio da record (22 gol, da Bologna), sull’affidabilissimo Chiesa degli anni di Parma, su un Vieri che, all’Atletico, era nel primo dei suoi anni da miglior-centravanti-puro-d’Italia.

Ora, in questo stato di cose, il dolore dell’uscita con la Francia non si può banalmente far coincidere con l’uscita ai rigori e con la drammatica traversa di Di Biagio, che aveva calciato un rigore straordinariamente bello. Il dolore di quell’uscita consiste nel fatto che fummo i soli contro cui quella Francia non vinse, non riuscendo a imprimere il proprio gioco su un match affatto scontato. Merito, anche, di una linea difensiva che impone l’utilizzo di una perifrasi come “con tutto il rispetto per l’ormai canonizzata BBC”: non bastassero Maldini, Nesta e Cannavaro, si potranno fugacemente menzionare Costacurta, Bergomi (che sostituì — da centrale — lo swarovskiano Nesta con la stessa padronanza con cui, da diciottenne, sostituì Collovati in Spagna), Pessotto e Torricelli (erano il sette e l’otto).

Se dunque il fastidio è grande, ciò si giustifica in ragione del fatto che non avevamo davanti Eder e Pellè, ma Vieri–Baggio e Vieri–Del Piero: il problema, cioè, non era trovare la collocazione a Insigne, ma quanto Baggio–Del Piero fosse un dualismo degno di Rivera–Mazzola. E Buffon in nazionale c’era, eccome. E avrebbe giocato, se non avesse avuto la sfortuna dell’ultima ora, ma per fortuna c’erano pure Pagliuca e Toldo.

https://youtu.be/3EAdJ0F1_kQ?t=16m2s

Certo, resta da chiedersi se avremmo mai battuto la Croazia in semifinale e il Brasile in Finale, ma se dobbiamo proprio ragionare per ipotetiche, potremmo dire che: a) non avremmo avuto bisogno della doppietta di un terzino, per pareggiare il gol di Suker; b) le convulsioni di Ronaldo sono state una cosa piuttosto seria, e non è detto che ne avremmo presi poi tanti dal Brasile, selezione rispetto alla quale fummo molto più dignitosi nel rapportarci alla Francia.

Il resto è storia, Luigi Di Biagio ha lasciato partire la bordata perfetta, la bomba mirata a insaccarsi sotto la traversa che le statistiche — e i manuali del gioco — rendono il più imparabile dei tiri. Poi, per carità, onore ai francesi.

Austria-Svizzera 2008

Se parliamo di una nazionale scalcinata, la donadoniana non ha nulla da invidiare all’Italia di Conte. Partendo dal mister, si ricordi che il buon Donadoni arrivava dal terrificante esonero livornese voluto da Spinelli, quando gli amaranto, da quinti in classifica dopo due terzi di stagione, le persero tutte dopo essere stati affidati all’ingiustamente “messo lì” Carletto Mazzone.

Quel mister si rivelò non solo un mister capace di far giocare una nazionale umiliata dal 3–0 olandese dell’esordio (partita nota per lo più per l’esordio di Bagni al commento tecnico della RAI, piani di realtà che Zenga non potrebbe emulare nemmeno dopo una triennale da discepolo di Biscardi), ma anche in grado di convocare, in veste di selezionatore, la miglior rosa possibile. Orfani di Cannavaro e Nesta, e con un Materazzi non arruolabile, il mister improvvisò una difesa in cui, ai due ovvi Grosso e Zambrotta, si univa la mirabolante coppia di centrali d’occasione Panucci — Chiellini. Chiamò Ambrosini, già di per sé una rarità. E in attacco, zeppo di dubbi e di imbeccate maliziose da parte dei critici, che creavano dualismi nocivi o inesistenti, fece l’unica cosa possibile: decise di convocarli tutti. Chiamò tre volte il numero dieci: Cassano, Del Piero, Di Natale. Chiamò Toni e il solo che potesse dargli il cambio in quel periodo, alias il miglior Borriello. E per non sbagliare, dentro pure Quagliarella.

Ora, alla guida di questa compagine senza senso, il mister ci portò ai quarti e uscimmo con la Spagna (vincitrice alla fine, come pure del successivo Mondiale e del successivo europeo, a spese di una certa nazionale guidata da un certo allenatore atalantino nel cuore). Arrivammo quasi in fondo dopo un paio di match impensabili e convergenze miracolose. Per esempio, dopo la scoppola che ci prendemmo da Van Bronckhorst e Boulahrouz, stavamo uscendo dal girone: al decimo del secondo tempo, i romeni ci misero in imbarazzo, segnando con Mutu. Un minuto dopo (!), noi pareggiammo con un misto di cuore, testa e fondoschiena grazie a una capocciata di Panucci, trentacinquenne veterano della Roma e chiamato all’ultimo a tappare i buchi del reparto. E all’ottantunesimo, quando Mutu si avvicinò al dischetto per la palla del 2–1 e si sentì di poter decidere le nostre sorti, Buffon fu semidivino e neutralizzò il rigore.

https://youtu.be/DNt5xOjhfEs?t=5m44s

All’incontro successivo, che ci serviva per passare il turno alle spalle dell’Olanda e accedere ai quarti, avevamo la Francia. C’erano tutti i reduci della nazionale del 2006, che gridavano vendetta. Tutti, tranne Trezeguet. Ma già era, per esempio, l’epoca dei Nasri (e di Govou con la 10). Ora, dopo una prima fase di studio e qualche timore di troppo sotto gli occhi di Øvrebø, accadde che dominammo. Dopo venticinque minuti segnammo su rigore, griffato da Andrea Pirlo. E nella ripresa, al minuto 62, la mise quel De Rossi che in nazionale sembrava trasformarsi ogni volta in una Pizia invasata.

Su questo probabilmente ha ragione Barzagli. Il calcio sarà pure cattivo, ma la memoria è ingrata. Se imparassimo a perdere, anche con un buon grado di obiettività che preveda l’assenza di capri espiatori e dietrologie, sarebbe una mezza vittoria.