Nemo profeta in patria

di Luigi Di Maso

Vi siete mai chiesti quale sia stata la sensazione provata da Mark Eliot Zuckerberg nell’arco di tempo trascorso tra il momento in cui era solo un nerd appassionato di codici e quello in cui poi è diventato il CEO del social network più frequentato nel mondo? Probabilmente la stessa che ha provato Marco Verratti nell’infrequente balzo dalla Serie B col Pescara alla musichetta della Champions con Ibra a fianco. Una parabola ascendente anche pronosticabile nella carriera di un giovane talento, se non fosse che tutto ciò è capitato a distanza di 3 mesi.

In un calcio molto più attento alla crescita atletica e fisica del calciatore rispetto al passato, dove non si può prescindere dall’indottrinamento tattico, i giocatori più leziosi si sono dovuti adeguare ai tempi, perdendo per strada qualche dribbling davanti la propria area e un paio di tunnel all’avversario. Capita quindi che van Bommel possa essere preferito a Pirlo, o che Franco Vázquez sia ritenuto un rischio troppo grande per una big. Un qualcosa di comparabile, anche se con una lieve dose di utopia, a quanto descritto nella pubblicità di un noto brand sportivo, in cui venivano creati dei cloni perfetti, che non provavano nessuna giocata rischiosa ma eseguivano i basilari alla perfezione. Cloni costruiti sulla falsa riga dei veri campioni, con caratteristiche fisiche potenziate e la probabilità di errori pari a zero.

Una sorte davvero ucronica, alla quale non andremo mai incontro, ma sai com’è la prudenza, meglio evitare. Meglio destinarsi ad un profeta, salvatore della patria, che rimetterà le cose a posto. Ed è ragionando in questa direzione che il 9 agosto 2008 Giuseppe Galderisi, all’epoca allenatore del Pescara, decide di presentare al mondo dei professionisti Marco Verratti, nel ruolo di mezzala. Quando il “gufetto” dichiara da anagrafe 15 anni e 9 mesi. L’età in cui i più fortunati cominciano il primo anno di liceo, la stessa in cui ogni generazione dovrà confrontarsi con almeno una canzone degli Eiffel 65. E se pensate che Galderisi sia stato coraggioso nel predestinare Verratti al calcio dei grandi, pensate a Gilberto Marasca, presidente dell’Arabona, squadra del paese nativo di Verratti. Marasca ha avuto l’intuito e il cuore per credere fin dall’inizio nel talento del gufetto, tant’è che ai tempi degli Esordienti, il presidente lo portò ad un provino con il Milan, dove fu scartato a causa della piccola statura. Tanto di guadagnato per Verratti e l’empatia verso la squadra del suo paese, dato che prima del provino in rossonero, la stella del PSG si rifiutò di indossare la maglia del Milan. Capriccio replicato nel 2006, quando sempre il presidente portò Verratti al Pescara, ma lui non ne voleva sapere di giocare con una squadra che un giorno avrebbe potuto sfidare la sua Manoppello Arabona. Per fortuna che il Paris non gioca nella lega dilettanti dell’Abruzzo.

Di lì in poi Marco Verratti diventa un giocatore del Pescara a tutti gli effetti. Marasca lo vende in cambio di 10 biglietti per la partita Pescara — Juventus, e poi rivela di aver dormito col cartellino di Marco sotto al cuscino per 7 anni. Verratti insieme al ‘Delfino’ sarà il ragazzo giusto con gli allenatori giusti. Nel 2009 mette a segno il suo primo gol da professionista e ottiene la promozione in Serie B sotto la guida tecnica di Cuccureddu, nel 2010/2011 diventa titolare in pianta stabile come trequartista, spinto dal tecnico Di Francesco, e l’anno successiva vivrà l’ennesima ma definitiva stagione dell’evoluzione tattica oltre che della promozione in A. Zdeněk Zeman non prevede un fantasista dietro le punte nel suo Vangelo del 4–3–3 e allora ridisegna Verratti nel ruolo di centrale di centrocampo, in posizione di regista basso.

Per Verratti verticalizzare, più che una giocata, è un modo di decostruire il campo. Giocare più distante dalla porta avversaria gli riduce la percentuale di realizzazione ma gli permette anche di avere una visione totale del rettangolo di gioco. Nella stagione 2011/2012 con tecnico boemo, il folletto di Manoppello offre ai suoi compagni 9 assist distribuiti in 31 partite di campionato.

Mentre la Juve è alla ricerca di un sostituto futuribile per il ruolo di metronomo di centrocampo, Verratti conquista la sua prima Serie A, debutto che inizialmente sembra dover arrivare con la casacca bianconera, ma con un colpo di scena finale il PSG offre sul piatto 1,5 mln in più per il cartellino, e uno stipendio a Marco più generoso di quello bianconero. Un’offerta che non si poteva rifiutare commentarono a Pescara, anche se Verratti ha spesso dichiarato di essere tifoso juventino. Quella che al momento poteva sembrare una buona occasione di mercato persa per l’ad Marotta, comparata all’attuale ricerca disperata di giocatori di qualità in mezzo al campo dopo la cessione di Pogba, diventa una sensazione di sconforto che aleggia attorno alla dirigenza juventina come gli anelli fanno con Saturno. La ferita è ancora calda e non a caso la Juve ha deciso di non replicare l’errore forzando la mano sugli acquisti in prospettiva di Sensi e Mandragora.

D’altronde non si è mai profeti in patria, o meglio, la sensazione con Verratti è quella che dovremo aspettare ancora un po’ prima di vederlo tornare in A. Un profeta come Verratti ha una missione pastorale da compiere: esorcizzare il kick and run del calcio inglese, magari in una squadra come il Manchester, riesumare lo stato emozionale degli appassionati della Liga dopo il ritiro di Ronaldo e Messi, magari andando al Real, e poi potrebbe essere l’ora, per il figliol prodigo, di tornare a casa.

Il calcio va salvato con giocate tipo queste, fatte al Camp Nou a 22 anni.

Se esiste una componente emotiva e caratteriale che risalta più di tutte in Verratti, questa è sicuramente la dote del pescarese, di unire la spensieratezza ad una buona dose di testardaggine. Lui ha rassicurato i compagni di spogliatoio, chiarendo che i suoi numeri sono rischiosi sì, ma necessari per il gioco della squadra. Le giocate davanti la difesa sono esteticamente entusiasmanti da vedere, ma perdere la palla in quella zona di campo, il più delle volte rappresenta un gran pericolo, se non una rete subita. Tralasciando il fatto che Verratti la palla riesce a non perderla mai, anche se Ancelotti gli ha consigliato più volte un’uscita rapida della sfera, ciò che rende il gufetto tecnicamente completo è la possibilità di recupero palla sia in pressing che tramite contrasto in scivolata. Capacità dettata da un’altra grande virtù di Verratti che è l’aggressività, spesso costata cara al gioiello parigino che nonostante non abbia mansioni da vero interdittore, ha accumulato tra Italia e Francia, 69 cartellini gialli e 6 espulsioni (di cui 5 per doppio giallo). Un bottino di cartellini da vero irruento, unico difetto insieme alla scarsa capacità realizzativa.

Ora prendetevi 4 minuti della vostra vita e guardate con attenzione la clip della prestazione di Verratti contro il Barcellona, nella gara di Champions del 21 aprile 2015.

A 2:02 sradica letteralmente il pallone dai piedi di Iniesta con un intervento che ti aspetti da un difensore. A 2:39 fa la stessa cosa a Messi, anticipandolo con agilità maggiore. A 3:05 contrasta di fisico Busquets che è 20 centimetri più alto di Verratti che decide poi di gigioneggiarlo, con Dani Alves che sta a guardare e il raddoppio di Messi eluso con un colpo di tacco in caduta, con la sfera colpita metà con il tallone e metà col piattone interno.

In questo manifesto, elogio alla tecnica di Verratti, si può fare un passo indietro e intuire meglio perché Galderisi decise di buttarlo nella mischia a 15 anni, e perché arrivato a Parigi a 19 anni, Ancelotti decise di cucirgli addosso la maglia da titolare, al fianco dell’amico Matuidi: una coppia che donerà ampiamente i suoi frutti migliori. All’approdo nella capitale francese ad oggi, Marco Verratti ha avuto il ruolo centrale di ideatore della manovra del Paris, passando da un tipo di costruzione del gioco fatta attraverso un possesso palla ossessivo come quella di Blanc, a quella meno opprimente voluta dal neo tecnico Unai Emery. L’allenatore spagnolo, che per ora ha ripulito il gioco di Blanc, è ancora alla ricerca dei dettami tattici più opportuni alla squadra. Sta di fatto che l’ex Siviglia si è mostrato disponibile anche ad un avanzamento di posizione di Verratti. Purché il folletto di Manoppello sia il principale costruttore della manovra offensiva del Paris, come nel suo primo anno in cui ha registrato 60 palloni toccati a partita e una percentuale di passaggi riusciti del 90%, seconda a livello europeo solo a Xavi col 96%, praticamente tutti i passaggi effettuati.

Verratti ha un contratto che lo lega ai Blues di Francia fino al 2021. Difficilmente giocherà fino alla scadenza col PSG, proprio perché Marco è un profeta di questo millennio calcistico e non potrà che raggiungere i suoi discepoli sparsi per i maggiori campionati europei, perché la concezione di patria non è un concetto geografico. O forse dovrà semplicemente confermarsi un top player, con poche lame da affilare tra quelle già disponibili e affilatissime nel suo repertorio.