‘O ssaje comme fa’ ‘o core

Napoli città di cuore, di passioni travolgenti e viscerali; ma anche città fragile, incompresa, perennemente alla ricerca di un alleato contro i pregiudizi che la affliggono al pari di un peccato originale. Tuttavia, all’apparizione del suo messia, la gente di Parthenope finisce per innamorarsene perdutamente come in una sorta di sindrome di Stendhal al contrario, ma più penetrante. Napoli infatti non si limita ad infatuarsi dell’eroe, ma vi si identifica, lo assorbe, lo rende parte di sé.

Nel quotidiano come sul prato del San Paolo, vivere in simbiosi con Napoli è un’esperienza quasi mistica. Il suo cuore è un rollercoaster che passa (troppo rapidamente) dalle vette del sublime agli inferi più tetri dell’oblio; e per tenerlo a bada occorre dimostrare non necessariamente talento ma equilibrio, sensibilità, dedizione, comprensione, senso di appartenenza… Chi lo “tradisce” ha come unica alternativa l’esilio volontario, a maggior ragione se è a farlo è un prescelto, a maggior ragione se ti chiami Lorenzo Insigne.

Classe ‘91 di Frattamaggiore, Lorenzo caratterialmente è lo specchio della Napoli quegli anni: umile, timido, altruista e lavoratore, non è il figlio della rabbia messa in musica dal Neapolitan Power negli anni ’80 quanto piuttosto della dirompente leggerezza di Massimo Troisi.

Così, per inseguire i propri sogni di calciatore Insigne comincia a vendere vestiti al mercato cittadino, e coi primi guadagni comprerà per sé ed il fratello due paia di R9, le scarpette indossate da Ronaldo “il fenomeno”. Lui — che fenomeno, però, non è ancora — mostra tuttavia un invidiabile bagaglio tecnico: rapidità da funambolo, superbo controllo di palla, sopraffina sensibilità nel tocco col piede destro, innata capacità di dribbling, apprezzabile istintività negli ultimi 25 metri, buonissima vena realizzativa. Tra i suoi colpi preferiti annovera il destro a giro da posizione defilata, proprio come il suo idolo Alex Del Piero, ma ai provini per Inter e Torino lo scartano perché troppo basso.

Giuseppe Santoro, all’epoca responsabile del settore giovanile del Napoli, nel 2005 lo strappa per appena 1500 euro alla squadra locale del Sant’Arpino, convinto di avere tra le mani una pepita d’oro sfuggita al tesoro di San Gennaro. Non si sbaglia: nel 2008 esordisce con la Primavera e, maturato, segna ben 17 gol (di cui due al Torneo di Viareggio) nel 2010, stesso anno in cui arriva la prima presenza in Serie A grazie a Walter Mazzarri, un’esperienza deludente alla Cavese ed il prestito in Lega Pro al Foggia di Zeman: qui timbra il cartellino 19 volte in 33 gare, oltre alle 7 marcature in Coppa Italia di categoria.

Il miracolo si ripete nella stagione 2011/12 in Serie B a Pescara. Sotto la guida ancora del santone boemo, insieme a Verratti ed Immobile, Lorenzo trascina la squadra nella massima serie con 18 gol e 14 assist. Da allora, lui diviene ufficialmente “Il Magnifico” e a ogni sua partita i tifosi partenopei vivono la stessa epifania tricolore: lui in coppia col Matador Cavani ad alzare lo scudetto in faccia alle odiate squadre del Nord. La fantozziana fase estatico-contemplativa poteva durare anche giorni interi.

Al suo arrivo a Napoli però le cose vanno diversamente da come sperato. L’integralismo tattico di Mazzarri, il cannibalismo di Cavani, le pressioni dell’ambiente schiacciano il giovane Insigne, che incide pochissimo (appena 5 gol in 37 partite). Non va meglio con Benitez, che gli richiede sforzi difensivi disumani: sarà impiegato infatti da tornante vecchio stampo nel suo dissestato 4–2–3–1, e sotto porta arriva talmente spompato che le reti in campionato saranno addirittura 5 in due anni, solo una (bellissima) in Champions, ed una doppietta che regala al Napoli la quinta Coppa Italia della sua storia.

Con una squadra che non lo aiuta e che punta tutto sull’individualismo combinato degli ex galacticos Higuain e Callejon, Insigne è prigioniero del suo ricordo pescarese, e la delusione dei tifosi si manifesta in due durissime contestazioni contro la Lazio nel 2013 e contro l’Athletic Bilbao nel 2014, entrambe al San Paolo. Lui reagisce male e lancia la maglia a terra, mostrando simbolicamente a tutti il suo disagio a vestire i panni del salvatore annunciato. Si rompe qualcosa: le sue prestazioni involvono paurosamente, la tifoseria lo reputa semplicemente un calciatore normale, ed in nazionale finisce a fare la comparsa sia con Prandelli che con Conte.

L’arrivo di Sarri restituisce Insigne al suo ruolo naturale di esterno sinistro offensivo, e il 24 azzurro diviene finalmente protagonista: attacca per fare male, crea costantemente superiorità esaltandosi negli half spaces, diviene il riferimento di Higuain, Hamsik e Ghoulam per la sua capacità di proporsi per il passaggio, suggerire in profondità, o duettare nel più classico dei triangoli a liberare l’uomo. Aiuta inoltre la squadra anche in fase di non possesso creando densità in mezzo al campo, pressando alto, e spesso abbassandosi oltre i centrocampisti per fluidificare la transizione offensiva. Firma la sua miglior stagione in assoluto con 13 gol e 9 assist, ma rovina tutto chiedendo in estate un adeguamento contrattuale a 5,5 milioni annui, la stessa cifra che percepiva quel Gonzalo Higuain appena ceduto alla Juventus e autore di 36 reti in campionato. Non viene ovviamente accontentato e la sua mossa gela tutta la piazza.

L’ultimo match-ball per riscoprirsi leader in patria, Lorenzo lo sciupa malamente. Lui che avrebbe potuto raccogliere l’enorme eredità di Higuain, agli occhi dei tifosi torna ad essere il capriccioso attaccante che non tiene alla maglia ma che al tempo stesso afferma di voler divenire “il Totti di Napoli”. Un paradosso inconcepibile al pari della plateale protesta al momento della sua sostituzione contro la Juventus sabato scorso, conclusasi con un mortificante “Insigne deve stare zitto!” tuonato da Sarri ai microfoni di tutto il mondo.

Forse i cuori di tutti si sono sbagliati, forse Napoli e Insigne non sono fatti per stare insieme. Fatto sta che, come disse Olivia Harrison, vedova di George, quando le chiesero qual era il segreto di un buon matrimonio come il suo, “il segreto di un buon matrimonio è che alla fine non divorzi”.


Articolo a cura di Armando Fico