Pietra angolare

Cambiare sempre, pur mantenendo la propria essenza: poche parole per descrivere la carriera di Andre Iguodala, uno dei migliori all-around player al momento in attività.

Già nella sua High School di Springfield, Illinois, lascia intendere di essere uno bravo a fare molte cose. Il fascino che c’è nel guardare ai primi anni della carriera di un atleta risiede anche nel gioco del What if. In questo caso Iguo, oltre ad avere un buon rendimento accademico e a gettare solide basi per la sua carriera da giocatore di basket, era anche discretamente dotato sulle piste di atletica. Salto triplo, ma soprattutto salto in alto. Uno sport in cui per eccellere c’è bisogno di grandi doti fisiche, ma anche di tecnica e concentrazione.

Tutte qualità che Andre metterà in campo nella sua lunga carriera NBA.

E se avesse scelto l’atletica? Quanto in alto sarebbe arrivato?

Un individuo bravo a fare molte cose a volte può venir visto con diffidenza. Ed è proprio in questo modo che parte del mondo accademico americano dei primi anni 2000 accoglie Iguodala, come una potenziale star dell’atletica “adattata” al gioco del basket. Uno di quelli capaci di dominare solo in ambito scolastico grazie alle sue straripanti doti fisiche. Non avevano veramente capito nulla.

Iguodala non ci avrebbe messo molto tempo a SBATTERE IN FACCIA ai suoi detrattori il proprio talento.

Ad aver capito tutto, oltre allo staff degli Arizona Wildcats, fu un suo compagno di squadra di allora, un certo Luke Walton: “He is going to be one of the best players to ever come out of Arizona by the time he is done here”.

Pubblicazioni come “100 Things Arizona Fans Should Know & Do Before They Die” ci aiutano a capire l’impatto che ebbe Iguodala nei Wildcats. Un giocatore con la visione di una point guard, il tiro di una buona shooting guard, la capacità di catturare rimbalzi di una power forward e le doti fisiche di un atleta da prima pagina.

Walton e Iguodala si sono ritrovati più tardi, con ruoli diversi, a far parte di una delle squadre più eccitanti dell’ultimo ventennio NBA, i Golden State Warriors. Già al college, Andre vedeva Luke come un punto di riferimento. Pare che un giorno andò da coach Olson chiedendogli di farlo diventare un giocatore simile al figlio del leggendario Bill: visione a tutto campo e alto Q.I. cestistico. Coach Olson, evidentemente, ha fatto un ottimo lavoro.

Ad Arizona University Iguodala sarà il primo giocatore nella storia del suo college a guidare in una singola annata le statistiche della squadra in assist, rimbalzi e palle rubate: una sorta di manifesto di quello che sarebbe diventato in NBA. Numeri e prestazioni che costringono qualcuno a ricredersi. Per esempio, Jerry West: “I’ll tell you this: he’s better than I thought he was”. Amen Jerry.

https://youtu.be/bZAkWvpEFhs

Gangsta music, qualità video scarsa e grandissime giocate: i College-mix che ci fanno impazzire.

Draft NBA 2004: the big deal è Dwight Howard che va via con la numero 1, direzione Orlando Magic. Con la scelta n. 9, i Philadelphia 76ers scelgono Andre Iguodala. Si va a giocare fianco a fianco con Allen Iverson. Anche in questo caso, cambia la Lega, ma non cambia la musica.

Dick Vitale, personalità di spicco della ESPN, addita la scelta di Philly: “Iguodala was a [27%] shooter from the college three-point line. He’s not going to be able to play”. Il risultato? Andre viene inserito da subito fra gli starters e sarà l’unico giocatore a scendere in campo in quintetto per tutte le 82 partite della regular season e per le cinque giocate quell’anno dai Sixers nei Playoff, chiudendo la stagione con 9 punti, 5.7 rimbalzi, 3 assist, 1.7 rubate e il 49% dal campo di media.

https://youtu.be/h8PvdCtot5Y

La combo “A.I. to A.I.” negli anni ha prodotto un gran numero di giocate. Questa è una di quelle che far star male a rivederla.

Sempre Iverson e Iguodala per una schiacciata sensazionale all’ASG 2006. Una sola parola: “underrated”.

Non credo che Iguodala aspirasse poi così tanto a segnarne venti a partita, per lui è stata probabilmente una questione pratica: la partenza di Iverson aveva lasciato un vuoto e toccava a lui colmarlo. Il suo talento è fluido, si adatta alla squadra che lo contiene.

Nella stagione 2010–11, Iguodala deve sopportare la terza eliminazione al primo turno dei playoff della sua carriera, per mano degli Heat. Ma nella Lega pare si siano accorti di che razza di difensore è diventato Andre, che quindi entra nel secondo quintetto difensivo NBA. Un difensore completo, instancabile, capace di giocate d’istinto per cercare la rubata come di movimenti in aiuto per forzare l’attacco a cambiare strada. Le doti atletiche gli permettono di giocare e marcare indifferentemente le migliori guardie e ali piccole dell’NBA. Cattura moltissimi rimbalzi per essere un giocatore di 1.98 (quasi sei a partita nelle prime otto stagioni nella Lega). Volendo, ha elevazione, tempismo e tecnica anche per stoppare.

I numeri, però, non bastano. È necessario vederlo giocare per capirne l’importanza. Attorno a lui i Sixers sono cambiati molto nel corso di otto stagioni. Lui ha cercato di cambiare insieme alla squadra, per la squadra, pur mantenendo quelle caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto. Nel 2011–12, Iguodala chiude la stagione con soli 12.4 punti di media, ma è il fulcro della migliore squadra della Atlantic Division. Si guadagna la sua prima chiamata all’All-Star Game, con la più bassa media punti fra tutti i 24 All-Star, riempiendo però il resto del suo stats sheet: assist (5.5), rimbalzi (6.1), rubate (1.7).

Nella post-season, nonostante il superamento del primo turno (finalmente), Philadelphia esce contro Boston al secondo turno in sette gare.

https://youtu.be/7dvui3vrSjE

Grinta, personalità e difesa non bastano: Phila esce in semifinale. Nel video un’altra schiacciata pazzesca di Iguodala.

Iggy si trasferisce a Denver, per alcuni rafforzando a tal punto la squadra da poterla considerare una contender. In Colorado succede tutto e il contrario di tutto in quella stagione: la squadra ottiene un record pazzesco (57–25, il migliore della storia della franchigia), ma esce al primo turno contro i Warriors; coach George Karl vince il premio di allenatore dell’anno, ma viene licenziato dopo l’eliminazione dalla post-season.

A fine stagione la squadra cerca nuovi equilibri, sia a livello dirigenziale che a livello di roster e Iguodala viene spedito proprio ai Warriors, i carnefici di Denver di pochi mesi prima. E qui inizia il bello.

https://youtu.be/T_W3ZyBJ4MY

L’arrivo di AI9 a Denver: l’accoglienza, la conferenza stampa, il video, tutto fatto con toni quasi “smorzati”. Andre sembra timido, rispettoso, come un ragazzo di buona famiglia che viene accolto per uno scambio culturale in casa altrui. Andrà via in punta di piedi come è arrivato. Lasciando a Denver tanti rimpianti e il miglior record della storia della franchigia.

Male? Non direi. In fondo, il nostro si aggiudica nella stagione 13–14 la meritatissima nomination nel primo quintetto difensivo NBA. E poi, nella post-season 2014–2015, il titolo di MVP delle Finali e il suo primo anello.

https://youtu.be/4jgETWSX4pw

Nel video si mette in luce un’unica statistica riguardante Iguodala, il plus-minus, oltre a un compendio dell’abilità di Andre nel rubare il pallone giocando sulle linee di passaggio, trasformando immediatamente un’azione difensiva in contropiede.

Nella stagione 2014–15, Andre Iguodala è stato la sublimazione del concetto di glue-guy. Ha tenuto insieme lo spogliatoio con la sua personalità pacata, ma decisa. Ha reso possibile il sistema di gioco dei Warriors, così estremo, grazie alla sua poliedricità cestistica. Sì perché se due giocatori come Green e Iguodala, oltre a fare la differenza in moltissimi aspetti del gioco, iniziano a segnare i jumper piazzati da 3 con una certa costanza, non ce n’è per nessuno.

Queste triple dall’angolo di Iguodala hanno letteralmente squarciato il campo durante quelle Finals.

La classe operaia va in paradiso

Il 4° violino dei Warriors, che non partiva neanche in quintetto, è l’uomo decisivo delle Finals 2015 e si porta a casa il trofeo più ambito, quello da MVP. E lo fa con delle statistiche assolutamente atipiche per il premio: 16.3 punti, 5.8 rimbalzi e 4 assist di media. Il suo talento è troppo vasto per essere catturato dalle normali categorie statistiche.

Sapete quante volte, negli ultimi 33 anni, il vincitore del premio di MVP delle Finals ha fatto registrare meno di 20 punti di media nella serie? Solo 2: stagioni 2013–14 e 2014–15. Kawhi Leonard e Andre Iguodala. Bisogna tornare indietro fino alla stagione 1981–82 per trovarne un altro: Magic Johnson.

https://youtu.be/OR7oP6NmfHQ

Molte di queste giocate non vengono registrate nello stats sheet.

Efficienza incredibile in attacco e una difesa sontuosa contro il più forte giocatore del pianeta. Così Iguodala ha raggiunto il suo nirvana cestistico durante quelle Finali. L’anno successivo le cose sono andate diversamente, come tutti sappiamo. Il karma ci ha messo del suo, visto che la giocata simbolo delle ultime Finals NBA è stata proprio l’incredibile stoppata di James in recupero su Iguodala.

Una Lega spesso troppo legata al nudo dato statistico per giudicare i giocatori, non ha potuto fare a meno di riconoscere la grandezza di un campione come Iguodala.

https://www.youtube.com/watch?v=gq8KwOxV-0w

La stagione in corso non è in controtendenza sotto l’aspetto numerico. I minuti giocati saranno inferiori alle stagioni passate (per ora 24.8), nonostante una panchina che non sembra affidabile come nelle scorse annate. La produzione offensiva dovrà ridursi di sicuro, visto l’arrivo di Durant (5.8 punti a partita fino ad ora, minimo storico). La sua percentuale al tiro da 3, al momento, è la più bassa in carriera (29.8%). Iguo ha 32 anni e ci sono dei dubbi sulla sua tenuta fisica, soprattutto in difesa. Testate di livello come The Ringer lo nominano già fra le sorprese (negative) della stagione, facendo suonare ben più d’un campanello d’allarme fra i tifosi dei Warriors.

È troppo presto però per considerarlo un giocatore in declino. Si dovessero guardare i numeri, Iguodala sarebbe poco più che un giocatore normale. Di normale però ha però veramente poco. Nella sua generazione, al di fuori delle superstar, non c’è stato nessuno come lui in grado di rappresentare così bene i diversi aspetti del basket NBA. Difesa, tecnica individuale, capacità di passaggio, discrete doti balistiche, un atletismo spaventoso, capacità di concludere con schiacciate da highlight reel.

https://youtu.be/efuaM3xwnqQ

E adesso è arrivato il momento di allacciare le cinture. “Flight 9 is clear for landing”.