Un uomo perbene che fa il giornalista

“Barcellona ’92, telecronaca del primo oro italiano di Giovanna Trillini con Michele Maffei. Dopo la gara ho pianto mezz’ora per l’emozione”

Sono sincero: ho imparato ad apprezzare e amare lo Iacopo Savelli giornalista ascoltando una radio locale romana. Una di quelle che parla tutti i giorni tutto il giorno solo delle vicende dei giallorossi. Per un non romano può sembrare una follia l’idea che esista una frequenza FM non ufficiale che si occupi monotematicamente di una sola squadra di calcio. Beh, a Roma ce ne sono almeno 5 solo per l’AS Roma.

Una dichiarazione d’amore professionale

Ogni radio ha decine di trasmissioni e quasi ogni trasmissione invita opinionisti fissi, scelti tra giornalisti di quotidiani nazionali e emittenti televisive o semplici ex calciatori. Tra tutti Iacopo è l’unico che ho sempre trovato estremamente trasparente, lucido e senza secondi fini. In aggiunta a questo, un fine conoscitore della materia “calcio” a livello sia tecnico che filosofico.

Essendo posato, mai sopra le righe, con una dizione e una proprietà di linguaggio evidentemente figlie di anni di studio e professione, lo elessi a punto di riferimento verso l’alto nel giornalismo sportivo, perchè ovviamente non parliamo di un semplice opinionista da radio:

“Sognavo di fare il calciatore, però ero troppo pigro per allenarmi come avrei dovuto. Ma la passione era anche fare il telecronista, passavo ore a raccontare le sfide di Subbuteo con gli amici o il battimuro con la palla di giornale. Finito il liceo mi sono perso nell’autogestione dei tempi universitari, ho fatto il militare e subito dopo un amico mi disse se volevo fare l’archivista allo sport di TMC. Sono andato di corsa, avrei visto prima di tutti i gol delle partite di mezzo mondo. Contratto di tre mesi a 600mila lire, poi diventato a tempo indeterminato. Passando per altre posizioni professionali televisive è iniziata una scalata inimmaginabile, che mi ha fatto vivere avventure indimenticabili. Eravamo amici, in alcuni casi fratelli e non colleghi. Uscivamo insieme, scappavamo dalla redazione per andare a giocare a calcetto con Bulgarelli e Altafini. E abbiamo combattuto spesso ad armi pari con un colosso come la Rai, che allora aveva il monopolio di tutto. Chi è uscito da quell’esperienza aveva una marcia in più conquistata sul campo.”
“Barcellona ’92 con i fratelli Caponi: Patrizio Oliva e Francesco Izzi

Da TMC a Sky

Ricordo benissimo quella TMC, da spettatore. La Coppa America in Bolivia nel 1997 è uno di quegli eventi che rimasero nella mia memoria. Ricordo i giocatori andare a bordo campo per prendere qualche boccata dalle bombolette d’ossigeno (La Paz è a più di 3600 metri d’altitudine), un Brasile con una rosa pazzesca e la Bolivia che arriva in finale più per la capacità di respirare a quell’altezza che per reali meriti calcistici. Iacopo poi fa il grande salto. Stream e Tele+ stavano lasciando il posto al gigante:

“Sky mi ha chiamato nel 2003, sono stato quasi 5 anni a Milano poi a Roma, prima allo sport poi a TG24. Ho contribuito a formare la redazione che oggi fa SkySport24, fatto il telecronista, il coordinatore di trasmissioni. Era un posto magnifico per lavorare, grandi giornalisti e grande voglia di fare formazione. Poi è cambiato tutto.”
“Munchen fine anni ’80: si poteva non andare in uno dei templi del calcio?”

Sky fu veramente il Nuovo Mondo per gli amanti del calcio. Tutte le partite, ore di trasmissioni e perfino un telegiornale H24 interamente dedicato allo sport. Un paradiso, una raffica costante di informazioni, approfondimenti e soprattutto immagini, immagini, immagini. Una specie di YouPorn del calcio. Vedendo quello che usciva da quei canali tutto lasciava immaginare, a noi spettatori, un behind the scenes stile ambiente di lavoro Google.

“Nel 2008 Sky decise di chiudere la redazione romana dello sport. Chiesi di rientrare a Milano, non avvenne. Passai a Tg24 come responsabile della neonata redazione sportiva. Il lavoro non era più lo stesso ma ero considerato e rispettato. Quando Carelli lasciò la direzione a Varetto (luglio 2011, ndr) piano piano sono stato messo da parte fino alla chiusura della redazione sportiva dall’oggi al domani. Non so perché sia accaduto, ho anche smesso di domandarmelo.”

Questa è la parte in cui vi racconto perché ho voluto a tutti i costi parlare con Iacopo.

Vivere nel 2017 ha i suoi svantaggi ma anche un’enormità di vantaggi. Uno fra tutti quello di poter ricevere le opinioni delle persone che si apprezzano senza il filtro del media. Quindi, va da se, avevo già chiesto da tempo l’amicizia su Facebook a Iacopo. Sul suo profilo si parla di Roma, di calcio e di sport in genere, ma anche di politica e costume, tutto sempre con il giusto tono, senza ruffianate e con una richiesta alla strutturazione e argomentazione lucida delle idee. Tanti rispondono, interagiscono, una specie di forum aperto dalle discussioni, con Iacopo a fare da moderatore quando qualcuno (chè qualcuno c’è sempre) va sopra le righe.

È il 25 gennaio, la Roma viene da tre vittorie per 1–0 consecutive e non si parla d’altro che della solidità e del cinismo degli Spalletti Boys, ma sulla pagina di Iacopo Savelli appare questo post:

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È stato brutto leggere queste parole, per tanti motivi. Il più evidente è quello per cui, quando stimi e segui un personaggio noto, anche se lui non ti conosce, diventa quasi un amico ed hai quindi il riflesso emotivo di ciò che gli accade. Ma in fondo, giù nella cavità più delicata dell’anima, quel messaggio mi ha ricordato molte cose che avevo vissuto anche io e che abbiamo vissuto un po’ tutti, almeno una volta nella vita, in un modo o nell’altro:

“Sky ha deciso di trasferire Tg24 a Milano, operazione preparata da anni a negata fino allo scorso settembre. Coinvolge complessivamente 500 persone tra giornalisti e altri lavoratori. 120 sono stati dichiarati in esubero (nella sede di Roma, ndr) più altri 80 a Milano. Molti altri non sono in grado economicamente di accettare il trasferimento e andranno incontro alla devastante realtà della mancanza di lavoro. Io ho saputo di essere considerato un esubero da un membro del cdr che mi ha telefonato la mattina prima che la cosa fosse comunicata pubblicamente in un’assemblea dei lavoratori.”

Sky Italia ha dichiarato un fatturato di 2,8 miliardi (miliardi!) e un utile di 60 milioni a settembre del 2016, con orgoglio. Dunque, perchè mai un’azienda del genere deve smantellare un’intera redazione? Che senso ha, poi, spostare la sede del TG24, nata a Roma, così lontano dal centro della politica? Parliamo davvero di una necessità?

“Posso solo dire che un dirigente di qualunque azienda che porti a casa il risultato di ridurre i costi fissi con il minimo impatto produttivo e sindacale sicuramente viene premiato. Parte delle retribuzione è variabile e legata al raggiungimento di determinati target aziendali e individuali.”

Target aziendali. C’è stato un momento preciso, nella storia dell’uomo, in cui si è passati dall’essere persone utili al raggiungimento di uno scopo comune, delle rotelle grandi in un ingranaggio piccolo, all’essere entità senza una storia, ognuno una delle migliaia di rotelline piccole piccole in un ingranaggio quasi infinito che man mano può riuscire a gettarne via qualcuna (o sostituirla con un’altra identica) senza veder particolarmente intaccato il funzionamento complessivo. Le aziende sono diventate impersonali, lontane dal concetto di “società” e sempre più organismi indipendenti dalla società stessa. Ma il discorso è molto complesso, si rischia di cadere nel calderone del “populismo”, la più grande invenzione degli ultimi dieci anni per “loro”, quella per cui se esprimi la difficoltà che hai come membro del popolo vieni sbattuto nel limbo dei populisti, appunto. E vieni preso sul serio quanto quella manciata di tizi che credono alle sirene e alle scie chimiche.

Spersonalizzazione e necessità di abbattere ogni tipo di emotività

È così radicata, ormai, l’immagine che abbiamo, anche di noi stessi, di essere solo una briciolina in una pagnotta gigantesca che spesso, quando parliamo di accadimenti come questo, anche noi indugiamo molto sui numeri. A volte però ci riesce di ricordare che tra quei numeri ci siamo, potenzialmente, anche noi e riflettiamo sulla nostra condizione. Sappiamo quanto possa far stare male perdere il lavoro. Quando accade è come un lutto: gli amici ci sono più vicini del solito, ci sbronziamo qualche volta in più e non riusciamo a vedere, per un po’, una via d’uscita. Eppure in TV, sui giornali, si continua a parlare solo di numeri e non si considera lo stato d’animo, che se fossero anche solo 2 e non 200 quelli starebbero male lo stesso.

“Il post l’ho scritto la notte successiva all’aver appreso in quel modo di essere stato scaricato. Mi è venuto di getto, dopo un giorno devastante e l’impossibilità di dormire. Avessi avuto accanto mia moglie magari mi sarei sfogato con lei e non lo avrei scritto. Mi stava crollando il mondo addosso, spazzata via ogni certezza sul futuro della mia famiglia, delle mie figlie. Ho passato giorni e giorni a cercare di trovare un perché, ora ho smesso. Anche avessi trovato la risposta non sarebbe servito a nulla. Non sto bene, non me la sento di dire altro.”

Quella sensazione di impotenza è devastante. Sentirsi solo e piccolo su un nastro trasportatore che va a cadere in un grande tritatutto industriale. E non poter fare niente. Non sono i soldi, non è la carriera. È la delusione di aver investito su un’idea, di essersi sempre dimostrato una persona affidabile e utile alla causa. È il tradimento di un patto spirituale, che viene fatto a brandelli dalle esigenze aziendali. È tante altre cose che Iacopo, come gli altri 200, ora dovrà provare a spiegarsi o quantomeno a risolvere:

“Adesso penso solo a riprendermi psicologicamente e fisicamente. Ho intrapreso un percorso terapeutico, non sarà breve perché questa vicenda chiude un lunghissimo capitolo di devastazione professionale che mi ha lasciato molti danni. Non è il momento di fare programmi, penso all’oggi. Poi spero che qualcuno abbia voglia di investire su di me.”

Di questo non si parla mai. Di quello che deve affrontare l’essere umano, che è quella cosa di cui il professionista è solo una piccola parte, non frega niente a nessuno, pare.

Questa storia è già finita male

Il telegiornale di Sky ha scioperato per qualche giorno ma ora ha ricominciato a trasmettere. Della protesta dei lavoratori della stessa azienda non si parla più, il suo già piccolo spazio è stato divorato dalle diatribe tra altri esseri umani ancora più grandi, nel sistema dell’ingranaggio infinito, il cui problema è sempre meno quello di girare per bene e sempre più quello di non finire il galera. È difficile non diventare retorici quando si parla di argomenti come i licenziamenti di massa, i dirigenti che si ingrassano grazie a questi e la politica che la “butta in caciara” affrontando ogni argomento fuorchè quelli che interesserebbero a noi che lottiamo per non retrocedere. Alla fine questi licenziamenti ci saranno, ci sono già stati, e nessuno parlerà più di tutto questo. Nessuno a parte i 200 coinvolti, che dovranno impegnare parte della propria vita a liberarsi da questo fardello.

Fonte

Non c’è più giornalismo

C’era una volta il giornalismo, quella cosa per cui tante teste impazzite si fiondavano da una parte all’altra del mondo per raccontare, taccuino alla mano, i fatti del mondo. Il giorno dopo li avrebbero saputi tutti, questi fatti, comprando il giornale e guardando i TG o ascoltando i radiogiornali. Questa attività era necessaria, non v’erano altri sistemi, dunque il settore fioriva. C’era molta cronaca e un po’ di approfondimento.

Oggi la cronaca la fa il feed di Facebook, la fanno i nostri contatti e noi stessi. I quotidiani escono una volta al giorno in cartaceo probabilmente più per tradizione (e per mantenere alcuni fondi) che per dovere, dal momento che le loro stesse versioni digitali li rendono obsoleti. Eppure il giornalismo non morirà mai. Cambiano le modalità della cronaca ma la cronaca sarà sempre necessario raccontarla nel modo giusto. E oggi come non mai c’è bisogno di qualcosa di diverso:

“Il mestiere per come era quando ho iniziato io non esiste più. Social e tecnologia hanno cambiato il mondo e il modo di fare informazione. La notizia arriva prima in rete e sugli smartphone che in radio e tv. Giornalismo oggi è sopratutto approfondimento e inchiesta, cose che non possono essere fatte improvvisando o smanettando sul cellulare. La deriva sono le migliaia di persone che attaccano e insultano conoscendo spesso solo la superficie dei fatti, nascondendosi dietro l’impunità di un nickname. Per comprendere e magari esprimere un giudizio o un’opinione bisogna conoscere e studiare a fondo. Succede sempre più raramente.”

Fine

Vorrei davvero fare qualcosa per Iacopo. Non lo so cosa, non sono nessuno, non posso fare niente di pratico. Posso raccontare la sua storia qui su Crampi, dove tutti sono stati felici di accoglierla. Magari riesce a passare di feed in feed, di bocca in bocca, e qualcuno in più la conoscerà. La sua storia l’ho voluta raccontare non tanto per attaccare Sky Italia, per buttarla sulla politica spicciola o per fare un po’ di melodramma. Come tutto quello che facciamo, anche il bene, è un atto egoistico: raccontare la sua storia è raccontare anche la storia di tutti gli altri, inclusa la mia. E spero di non essere stato troppo retorico, spero che a Iacopo piaccia, spero che piaccia a chi la leggerà, perché in realtà spero sempre un po’, pur disperando ormai in tutto, che si possa arrivare a vivere in una realtà in cui non sia più necessario farsi instabile rotellina per sopravvivere. Ma è comunque solo una speranza e, si dice a Roma, “chi vive di speranza muore disperato”.