West Coast Hoops

Un viaggio lungo l’Oceano Pacifico, dal Canada al confine messicano, attraverso sette città, sette incontri casuali e sette campetti di basket.

1. SCALA DI GRIGI

Vancouver, BC — Quando mi avvicino a Phil, lui ha appena smesso di prendere a pallonate i quattro tabelloni di questo campetto di fronte al Pacifico. Prova alternativamente un tiro da tre, poi un libero, poi un sottomano e infine un jumper dalla media. Con risultati modesti, ma con ammirevole abnegazione. “Faccio questo esercizio quando mi ritrovo solo al campetto, che in genere è quando giocano i Canucks. E poi oggi nemmeno piove. Dovevo venire”. I Canucks sono la squadra di hockey di Vancouver, che disputa i playoff ed è la causa dell’assenza odierna dei compagni cestisti di Phil. “A me interessa solo la pallacanestro, andavo a vedere i Grizzlies anche se perdevano 70 partite l’anno. Quando sei un bambino può non essere il massimo del divertimento, ma ti assicuro che è molto istruttivo”. L’NBA è durata sei stagioni nella British Columbia, poi nel 2001 la franchigia si è spostata a Memphis. “Non si può dire che sia stato un trauma per la città, qui tutti pensavano già alle Olimpiadi invernali. È stato un trauma per me e per molti miei amici, però. Amavamo Abdur-Rahim.”

Phil è di origine cinese, come i suoi amici e come il 30% degli abitanti della città: la Chinatown di Vancouver, Hong Kouver, è il pezzo di Cina-non-in-Cina più grande al mondo. Lui, senza troppa originalità, studia informatica all’università e sogna di lavorare un giorno alla Electronic Arts, che qui sviluppa gran parte dei suoi videogiochi di successo. “Vedi tutte quelle navi? Alcune vanno in Alaska, molte altre in Cina o Giappone. Il commercio è ancora vivo, ma ora comanda la tecnologia.” Proprio intorno alla tecnologia e al clima migliore del Canada (estati fresche, inverni miti), Vancouver ha costruito la sua reputazione di città più vivibile del mondo. “Anche se per noi significa solo che gli affitti sono esorbitanti”.

E pensare che era nata come un piccolo borgo di cercatori d’oro, con le case costruite tutt’intorno al saloon del mitico Gassy Jack, giunto dall’Inghilterra unicamente con un barile di whiskey e un piccolo cane. Gastown ricevette il suo nome attuale solo qualche anno dopo, quando capitan George Vancouver, primo esploratore dell’area, era morto ormai da tempo. Poco prima di ricominciare a sparacchiare da tre, Phil mi indica la strada per Stanley Park, il parco cittadino più grande del Nord America. “Guarda bene i grattacieli, da lì. Hanno precise colorazioni di grigio e di blu, per non stonare troppo con le sfumature del cielo. È stabilito dalla legge.”

2. SOTTO I GRATTACIELI

Seattle, WA — “Il prossimo corn dog te lo offro io, ma tu continua a parlarmi dell’Europa.” Mohamed dice di avere diciannove anni, ma ha gli occhi di un quattordicenne. Lavora da qualche mese in questo assurdo ristorante di pochi metri cubi, a due passi dal Crocodile. Qui prepara centocinquanta versioni diverse di hot-dog. Tutti rigorosamente vegetariani. “Non chiedermi cosa ci sia dentro, perché non ne ho idea. Ma direi soia, in gran parte.”

Adesso a lui, sudanese del sud, interessa solo che io continui a spiegargli come siano dal vivo i palazzi di Venezia, e cosa significhi vivere in un continente piccolo e vario. “Voi europei non avete idea di quanto le distanze possano essere opprimenti.” Quando non cucina, Mohamed legge tanto, come tutti in città: Emerald City è prima assoluta in America per numero di lettori. Sa bene quello che gli piace di Seattle: “Il museo del volo, ovvio!” E mentre mima un aeroplano con le braccia, mi ricorda che qui nei pressi ci sono gli stabilimenti di Boeing.

“E poi qui nessuno ha paura di cambiare lavoro o casa ogni mese. Se fallisci, riprovi”. In tv, intanto, ci sono i Sounders contro i Colorado Rapids. La coppia d’attacco di Seattle è magnifica: Martins-Dempsey. “Siamo forti, hai visto? A me piace il calcio, ormai è il nostro secondo sport. Anzi, se non ci fossero i Seahawks, sarebbe il primo”. La pallacanestro è un tasto dolente. “Ah, non ne parlare in giro. Sono tutti incazzatissimi per la storia dei Sonics. Quello lì (Howard Schultz, CEO di Starbucks ed ex-proprietario della franchigia, ceduta nel 2006 ad un gruppo di Oklahoma City, dove la squadra si è trasferita due anni dopo assumendo il nome di Thunder) è veramente un coglione…”

In effetti è difficile biasimare dei tifosi che, dopo aver goduto per un anno delle potenzialità di un giovane chiamato Kevin Durant, hanno visto la propria squadra emigrare lontanissimo. I rumors su un possibile ritorno della NBA nella città di Amazon si inseguono ogni anno, senza mai concretizzarsi. “Sai qual è la cosa più bella legata al basket che sia rimasta a Seattle? Un campetto, a mezz’ora dal centro. Domani vacci, a Kerry Park: è il posto dove i fotografi vanno al tramonto a scattare panoramiche dello skyline, con lo Space Needle e il Monte Rainier innevato sullo sfondo. Tu guarda un po’ più giù, sotto i grattacieli, tra gli alberi. Ci sarà qualcuno a tirare, per forza. Ora però tocca te. Dimmi di Roma”.

3. IL POSTO GIUSTO

Astoria, OR — Non ho idea di quali siano stati i pensieri di Lewis e Clark quando duecentodieci anni fa, provenienti dall’Illinois, giunsero sulla costa dell’Oregon. Forse festeggiarono la fine della loro lunga spedizione verso le sconosciute lande del Nord-Ovest. Oppure non ebbero tempo per le smancerie, e dovettero guardarsi dalla reazione dei Piedi Neri. O piuttosto erano troppo presi dalla caccia all’alce per distrarsi in altre occupazioni. Io però non ho molte altre occupazioni, su questo vecchio pulmino arcobaleno, a parte guardare fuori dal finestrino. E la costa dell’Oregon, oggi, è un’epifania. Piove, ma a tratti e mai troppo intensamente. Il cielo è grigio, di un grigio disponibile solo sul Pacifico, e non si capisce bene dove finisca, perché l’acqua dell’oceano arriva sulle spiagge lenta, quasi affaticata dal perpetuo trascinarsi, e allora smette di essere blu e diventa continuazione del grigio delle nuvole di sopra. Le rocce, scure e irregolari, spuntano qua e là all’improvviso, e i gabbiani — centinaia di gabbiani — ci volano tutt’intorno in senso antiorario, ma non tutti.

Ad Astoria, cittadina di pescatori all’estremo nord dello Stato, la faccenda si fa più complessa. Qui il fiume Columbia, che già di suo sarebbe bello prestante, incontra l’Oceano. E il rendez-vous non è dei più cordiali. Le onde sono altissime, i venti forti, l’ingresso nella baia proibitivo. Dal 1792, circa duemila navi sono affondate qui intorno. In giornate come questa è consigliabile prendere posto in uno dei pochi bar aperti. A Fort George, per esempio, dove la birra si fa nel retrobottega.

Christine ha meno di trent’anni ed è una delle responsabili della produzione. “Sai qual è l’ingrediente fondamentale per una buona birra? L’acqua. E sai qual è il bene più abbondante e pregiato del nostro Stato? L’acqua. Ecco perché tutti producono ottime birre in Oregon.” La IPA di Fort George è venduta su tutta la West Coast, ma solo in lattina. “Astoria è famosa in tutto il mondo per la produzione di tonno in scatola, quindi al vetro non ci abbiamo dovuto pensare nemmeno per un secondo. Semplicemente, siamo nel posto giusto.”

Una delle porte laterali del piccolo birrificio dà su un campetto di basket. “Ecco, produrre birra è come giocare a pallacanestro. Bastano ottimi fondamentali e un buon posizionamento.” Nel frattempo una sferzata di vento gelido arriva improvvisa da Cape Disappointment, e induce alla resa gli ultimi due coraggiosi con la palla a spicchi, che interrompono il loro umido uno contro uno e vengono a sedersi accanto a noi. Two pints, please.

4. È L’AMBIENTE CHE TI RINGRAZIA

Portland, OR — Al Portland Saturday Market, sulla sponda occidentale del fiume Willamette, i camioncini di street food sono battuti in numero solo dai banchetti di stickers e t-shirt. La maglietta più gettonata, oggi, è quella proposta da un attivista biondo in giacca e cravatta. Accanto al nome di dieci città del mondo ha stampato, in bianco, il rispettivo monumento-simbolo. Parigi-Tour Eiffel, Londra-Big Ben, New York-Statua della Libertà, e così via. A destra della scritta Portland campeggia unicamente un albero. Gigante e verdissimo.

“Vuoi venire a vivere a Portland? Prenditi una laurea in scienze ambientali”, mi confermerà tale Jerry qualche minuto dopo, al termine della partitella decisa da un suo bank shot. E c’ha ragione, Jerry. Le posizioni di post-doc disponibili a Oregon State sono tutto un fiorire di “Patologia delle piante” e “Analisi dei flussi di temperatura dell’acqua.” In più, ora che ci penso, ieri ho fatto colpo sulla cassiera di un mall semplicemente comunicandole la mia intenzione di rinunciare alla busta di plastica e di usare il mio zainetto per trasportare la spesa. “The environment thanks you”, mi aveva detto lei con occhi dolci.

“Guarda ‘sto campetto”, continua Jerry. “Ti sembra normale che una foresta del genere si trovi a due minuti da Hawthorne Boulevard (una delle arterie più trafficate e più hipster di SouthEast Portland)?”

In effetti l’idea di tappare il cratere di un piccolo vulcano con due canestri forse è troppo anche per una città dove esiste un curatissimo museo degli aspirapolvere. Ma su questo vulcano (si chiama Mount Tabor, come quello della trasfigurazione di Gesù) si gioca da sempre ottima pallacanestro. Qualche anno fa, uno swoosh giallo al centro del campo ha parzialmente compromesso l’atmosfera selvaggia à la Palahniuk. D’altra parte Nike ha il suo quartier generale non molto lontano da qui.

Ovviamente Jerry tifa per i Trail Blazers, ma non li vede spessissimo dal vivo. “Trovare un biglietto è un casino…” La Rose Garden Arena è quasi sempre sold-out, dal 1977 al 1995 lo è stata ininterrottamente. Anche il calcio non scherza, con i Timbers che hanno riempito Providence Park in ogni singola partita giocata dalla loro nascita (nel 2011) ad oggi. Ci sono oltre 10,000 tifosi in lista d’attesa per un abbonamento. “Credo che questo amore per le squadre sportive c’entri col fatto che ci identifichiamo completamente in esse, e loro sono il modo migliore per esaltare il nostro isolamento, la nostra diversità. Succede lo stesso con Portlandia, la serie tv.”

Si preannuncia un futuro incerto per i Blazers, ma se solo Lillard difendesse un po’ di più… “No, no. A noi interessa solo che torni Iron Man (Wesley Matthews), poi saremo di nuovo felici.”

5. PRINCIPIO ASSOLUTO DI SEMPLICITÀ

San Francisco, CA — I programmatori di Palo Alto portano le Air Jordan e salgono sul vagone per ciclisti con le loro bici pieghevoli. I designer di Cupertino hanno le Beats al collo e un tesserino con la mela che gli fuoriesce dalle tasche dei jeans. Gli ingegneri di Mountain View poggiano gli zainetti nelle cappelliere e testano sui loro tablet un’app progettata qualche ora prima. Gli studenti di Stanford tengono libri di fisica tra le mani, ma preferiscono parlare di pallacanestro. “Sai cos’è che non capiamo di Steph? La facilità con cui riesce a fare cose difficilissime”.

A me conforta l’idea che anche chi vede giocare da vicino il fenomeno dei Golden State Warriors si ponga più o meno le stesse domande che ci facciamo noi oltreoceano, ma in questo momento tenterei di approfondire altro. Su questo treno che si ferma a San Francisco solo dopo aver intersecato tutti i vigneti della Silicon Valley, io vorrei farmi un’idea di cosa rappresenti la pallacanestro per i lavoratori della baia, così maledettamente simili — nei modi e nei contenuti — ai protagonisti di Silicon Valley, la serie tv più divertente che ho visto negli ultimi tempi.

“Guarda, noi cerchiamo tutti i giorni di riprodurre, con il software e l’hardware che immaginiamo, un principio assoluto di semplicità. Un’idea pratica di efficacia che contribuisca a migliorare la vita delle persone. Hai presente Curry? Ecco, una pallacanestro ben giocata svolge esattamente la stessa funzione progressista.” Sembra l’abbia svolta benissimo da queste parti, quest’anno. “Avevamo vinto l’ultima volta nel 1975” — argomenta Danny, che studia biotecnologie — “Mio padre raccontava continuamente l’esodo a Daly City per le Finals, perché l’arena di Oakland era stata già prenotata per altri eventi: nessuno immaginava che potessimo diventare campioni. Era tempo che anch’io mi costruissi una memoria di successi”.

Curry e soci, entro il 2017, dovrebbero percorrere il Golden Gate Bridge in direzione sud, e tornare ad esibirsi a San Francisco dopo oltre quarant’anni. “Frisco ama il basket, se lo merita. Sei già stato a Cameron House, con il campetto al quarto piano e la vista sui grattacieli di Chinatown?” Certo che sì, Danny. Mi sono pure ricordato di Will Smith e della ricerca della felicità, aggiungo sornione, mentre realizzo quanto i passeggeri di questo treno siano giovani e quanti di essi siano indiani. Tutti fortissimi nel gioco collettivo di spingere ogni giorno la nostra specie un po’ più in là: in questa specialità, sono i più bravi in assoluto. Adesso che si fa sera e che si avvicina il momento dell’aperitivo al Pier 39, però, ho il ragionevole dubbio che l’imperfezione del mondo sembrerà bellissima anche a loro. Per qualche ora, almeno.

6. PERCHÉ NO?

Los Angeles, CA — Aprire l’app di Uber appena fuori dall’aeroporto di Los Angeles è un’esperienza visiva con pochi eguali. La piccola mappa è un pullulare di automobiline in movimento che paiono laboriosissime formiche. Decine e decine di autisti pronti a presentarsi da te nel giro di qualche minuto, facendosi pagare molto meno di un cab. Grazie a un’offerta speciale, il mio viaggetto verso Venice Beach sarà addirittura free.

Mi capita in sorte l’Audi di Joe, 43 anni, californiano. Joe è stato un brillante studente di medicina a UCLA, poi si è reinventato comparsa in alcune produzioni di Hollywood, e dopo ancora commerciante di sigarette elettroniche a Venice Beach. Nel frattempo ha avuto due mogli e altrettanti figli. Oggi, quando non si guadagna da vivere guidando con occhiali da sole e canottiera Hollister tra le spiagge e l’aeroporto di LA, cavalca le onde a Malibu. Ad ogni mio sorpreso Why? che interrompe il suo sconnesso racconto, Joe risponde con una contro-domanda che riassume l’America in due parole: Why not?

Attraversare Los Angeles per raggiungere Venice equivale a due mosse sulla gigantesca scacchiera urbana che è questa città. Prima verso Nord, lungo Sepulveda Boulevard, e poi verso Ovest, giù per West Washington Boulevard. “Guarda tutti i prati inglesi e le piscine di queste ville. Riesci a credere che siamo praticamente nel deserto? Io dico che un giorno pagheremo tutto questo.” A dire il vero, i finti canali della Venezia americana sono asciutti e tristissimi già ora.

“Guarda quei grattacieli lì in fondo. Sembra un’altra città, ma è ancora Los Angeles, è la downtown. Niente spiagge lì, solo piscio e migliaia di senzatetto.” E il basket, provo ad aggiungere timidamente io. Lo Staples Center, con la grandiosa statua di Magic Johnson nell’atto di chiamare un gioco, è da quelle parti. “Ma i Lakers non esistono più, e nei Clippers gioca quella testa di cazzo di Griffin. Il vero basket, a Los Angeles, si gioca sul campo dove ti sto per mollare.”

Il main court di Venice Beach è storia del cinema e della pallacanestro: patria dello streetball più competitivo del mondo; seconda casa di Ron Beals, 82 anni, pioniere del tiro in sospensione (che ancora tira in sospensione); set di White Men Can’t Jump e American History X. Un monumento, più che un campetto. Oggi pomeriggio, però, è proprietà assoluta di un venditore ambulante di limonate, vestito di rosso, che alterna inutili tiri da metà campo a danze tribali sincopate.

7. RESA INCONDIZIONATA

San Diego, CA — Verso le otto meno venti è arrivato anche un uomo vecchissimo. Lo accompagnavano due figlie, o forse erano nipoti. Ha preso posto sulla panca accanto alla mia. Da qui si vede benissimo l’oceano. Porta i pantaloncini azzurri e un giacchettino in cotone, perché per lui il vento, al tramonto, cessa di essere ristoro e diventa minaccia. Il maestro di surf alla nostra destra lo adora, quello stesso vento, perché gli passa attraverso la chioma bionda e fa sospirare le adolescenti in vacanza. Dall’altro lato della strada, invece, la turista giapponese è tutto il giorno che lo maledice, visto che ha tentato di portarle via il cappello in vimini proprio mentre lei ricercava la posa definitiva.

Ai lati del campetto, deserto, ha preso posto una studentessa perfetta, con due piccoli libri. Partecipiamo tutti all’antichissimo rito del sole che scompare alla vista dell’uomo. Nella Bassa California, il tramonto è una specie di preghiera comunitaria e quotidiana: i giorni senza nuvole sono nell’ordine dei 300 all’anno. L’atmosfera si fa naturalmente più rarefatta, più raccolta. Ci si ferma e ci si siede. Poi il sole va, e la sospensione finisce. Comincia una splendida sera, e a ciascuno tocca industriarsi per trovare il modo migliore di rendere un po’ meno inadeguata la propria gratitudine.

“Per cominciare, un paio di margaritas in un bar di Gaslamp, il quartiere storico. Poi un fish taco a Kansas City Barbeque, quello di Top Gun. Infine una passeggiata al porto, fino al bacio gigante (che è il monumento alla Resa Incondizionata). San Diego in a nutshell!”

Un bizzarro incrocio tra Barry White e Shaquille O’Neal conduce il piccolo traghetto che torna dall’isola del Coronado, e ha riconosciuto la mia italianità senza che io aprissi bocca. “Lo capisco dalla faccia, i miei migliori amici sono italiani. E poi hai la barba tipo Mario Belinelli.” Marco, lo correggo sottovoce. “Amico mio, mi ricordo il nome di un giocatore di basket, per giunta europeo: dovresti farmi i complimenti. A San Diego hanno senso solo i Padres.” I Padres sono la squadra di baseball della città-culla della California. La mascotte è un frate francescano (padre della patria, appunto), e non hanno mai vinto le World Series.

“La prossima volta che capiti da queste parti, chiamami. Ti farò conoscere la vera California. E anche un po’ di Messico.” — promette, allungandomi una specie di biglietto da visita:

HENRY LEE WALLACE — PROMOTER
LET ME ENTERTAIN YOUR EVENT!

Giunti in porto, il capitano/showman si congeda agitando il braccio sinistro e facendo suonare per due volte l’assordante sirena dell’imbarcazione. Allora io sento il dovere di urlare “Ciao!” a Henry Lee Wallace, spezzando definitivamente l’improbabile quiete pre-serale di Seaport Village.

(Tutte le foto presenti nel pezzo sono state scattate dell’autore.)